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mercoledì 15 novembre 2017

Netflix is love, Netflix is life #5: Chewing Gum

Scommetto che siete disperati perché dopo Stranger Things 2 l'abbonamento a Netflix vi sembra inutile. Insomma, non sapete come riprendervi e ogni serie vi sembra poco interessante. La mia soluzione? Un'ottima trashiata. Chewing Gum!

La protagonista di questa brillante serie è Tracy, una ragazza 24enne vergine che vive nei sobborghi di Londra con una madre religiosissima e una sorella oppressiva e infantile, circondata da amiche tamarre che sembrano appena uscite da una puntata di Geordie Shore. Arrivata a questo punto della sua vita, Tracy decide che è il caso di scoprire la sessualità, ma il suo look alla Whoopi Goldberg in Il colore viola e la sua goffaggine non l'aiutano. Grazie alle sue amiche e a Santa Beyoncé che vigila su tutti noi, riuscirà nel suo intento, ma nel farlo si imbatterà in situazioni davvero imbarazzanti.
Chewing Gum è una serie che parla di sesso, ma non solo. E' una serie che parla di tabù sociali, razziali e sessuali e li esorcizza con una risata. Io l'ho trovata geniale e davvero fuori dalle righe. Guardatela, e che Beyoncé sia con voi.



giovedì 2 novembre 2017

Book #9: Il grande mare dei Sargassi


Anni fa lessi il famosissimo Jean Eyre di Charlotte Brontë e lo trovai un romanzo straordinariamente femminista: una giovane eroina emancipata e intelligente riusciva a coronare il suo sogno d'amore nonostante mille peripezie. Poco caso feci, invece, alla storia incredibile di un personaggio secondario, anch'esso femminile e antagonista di Jane. Il personaggio di cui parlo è quello di Bertha Mason, la moglie matta del Signor Rochester, rinchiusa nella soffitta di Thornfield Hall e che appiccherà il fuoco che la ucciderà e che mutilerà il marito. Poco si sa di lei, se non che è totalmente pazza, che il marito l'ha sposata per accontentare il padre e perché inconsapevole della sua storia familiare e che è creola; il tutto raccontato dal marito stesso. Ma cosa avrebbe raccontato di sé e della sua famiglia Bertha, se avesse potuto parlare? A darle possibilità di riscatto sarà una scrittrice di origini caraibiche come lei, Jean Rhys, attraverso il suo romanzo Il grande mare dei Sargassi del 1966, pubblicato ben 119 anni dopo la versione della Brontë.

TRAMA
Il romanzo della Rhys è una sorta di prequel di Jane Eyre diviso in 3 parti dove Bertha, il cui vero nome è Antoinette, racconta la sua difficile vita, dall'infanzia a dopo il matrimonio col Signor Rochester. La narrazione inizia dopo lo Slavery Abolition Act del 1833  in Jamaica, dove la famiglia di Antoinette, i Cosway, non se la passa molto bene, dovendo la propria fortuna alla tratta degli schiavi. I nativi mal sopportano la famiglia, ma tralasciando piccoli dispetti, non minacciano di compiere azione repressive contro di loro, contenti della disgrazia economica che li ha colpiti. A impaurirli è però anche il fatto che al servizio della famiglia siano rimasti dei vecchi servitori neri, tra cui Christophine, che i locali temono perché esperta di obeah. La situazione però degenera quando Annette, la madre di Antoinette, sposa un ricco inglese, il Signor Mason. Vedendo la tanto odiata famiglia Cosway ritornare ai loro agi da ricchi schiavisti, gli abitanti dell'isola decidono di incendiare la loro casa. Purtroppo nel rogo, il fratellino disabile di Antoinette, perde la vita e questo scatena la follia di Annette. Dopo l'avvenimento, la vita di Antoinette non sarà più la stessa, e la ragazzina verrà perseguitata perché creduta pazza come la madre. Finalmente, qualcosa sembra cambiare quando sposa un giovane ragazzo inglese di cui si innamora follemente, ma che tuttavia tradisce con Sandi, il proprio cugino. Suo marito verrà però informato dei tradimenti e della sua presunta follia dal proprio fratellastro, Daniel. Da qui, l'odio del marito (che non viene mai nominato come Signor Rochester, ma rimane anonimo) cresce a dismisura, finché Antoinette chiede aiuto a Christophine che le consiglia di fuggire e di rifarsi una vita. Antoinette, ormai trasformata in Bertha, non accetta subito questo consiglio, e chiede a Christophine di lanciare un incantesimo sul marito, in modo che possa ritornare ad amarla. L'incantesimo di Christophine sembra funzionare, ma dopo una notte di passione, il giovane marito capisce con quali mezzi la moglie ha cercato di legarlo a sé e decide di non toccare mai più Antoinette e di portarla con sé in Inghilterra, rifiutando la proposta di Christophine, che vorrebbe aiutarla a guarire e a rifarsi una vita. Nel frattempo, Antoinette, come rimasta vittima dello stesso incantesimo da lei richiesto, si strugge di passione e per combattere il dolore, inizia a bere. Il romanzo finisce con un intenso stream of conscioussness, in cui Bertha ripercorre l'ultimo periodo in cui è rimasta chiusa nella soffitta. Dopo, si ucciderà.

ANALISI
Quando penso a questo romanzo, non posso fare a meno di pensare alla sua circolarità e di come il fuoco ne sia il simbolo centrale. Nella prima parte del libro, gli isolani incendiano la casa dei Cosway, simbolo della loro schiavitù. Mentre la casa è in fiamme, il pappagallo di Annette cerca disperatamente di spiccare il volo per salvarsi, ma avendo le ali mozzate fallisce e cade rovinosamente al suolo, morendo lentamente. Come raccontato nel romanzo, secondo gli isolani uccidere un pappagallo o vederlo morire porta terribilmente sfortuna. Antoinette, divenuta poi Bertha per decisione del marito che si ostina a chiamarla così, condivide il triste destino del pappagallino, ma agisce con lo stesso odio degli isolani: incendia la casa che la rende schiava, ma così facendo, perde la vita lanciandosi nel vuoto, forse non per uccidersi, ma per salvarsi.
La storia viene narrata attraverso due punti di vista: infatti a narrare la vicenda non è solo Antoinette, ma anche il suo anonimo marito, che spiega come abbia sposato questa donna a lui sconosciuta solo per la sua bellezza e il suo denaro. Essendo stato ingannato e tradito, l'uomo decide di non perdonare la moglie, vendicandosi nel peggiore dei modi, rinchiudendo Bertha/Antoinette in una soffitta. Mi verrebbe da pensare che forse Jane Eyre non sia esattamente un romanzo a lieto fine se la nostra eroina ha sposato un uomo così crudele.

VOTO: 9/10

sabato 28 ottobre 2017

Movie #28: IT (2017)

La notte delle streghe si avvicina e avete voglia di un buon film horror che vi faccia cag**e sotto? Siete nel posto giusto!

Confesso che è stato difficile per me iniziare a guardare questa nuova versione cinematografica del celebre romanzo di Stephen King senza pensare alla vecchia versione televisiva del 1990, dove a interpretare Pennywise fu il grandioso Tim Curry.
Mi aspettavo una sorta di sequel della miniserie, ma presto mi sono accorta che quella che stavo vedendo sul grande schermo era una versione completamente diversa di IT, molto più esplicita, intensa e ricca di jumpsscares.
Davvero difficile non fare confronti, ma indispensabile per godersi al meglio questo horror che mi ha colpito particolarmente per un ottimo uso degli effetti speciali, per una buona realizzazione tecnica e per le tematiche, di cui il merito però va solo al genio di Stephen King.

TRAMA (no spoiler)
La storia (che quasi tutti conosciamo) si svolge a Derry, una cittadina fittizia nel Maine. Ciò che caratterizza la città è l'alto tasso di persone scomparse, principalmente bambini. In un giorno di pioggia Georgie, fratellino di uno dei protagonisti, decide di giocare con la sua barchetta; purtroppo la barchetta finisce in un tombino ed è proprio qui che avviene il terribile incontro con Pennywise, il clown ballerino. La scomparsa del fratellino affligge Bill, che insieme a i suoi amici, la "banda dei perdenti", viene perseguitato dal terribile clown. Il clown terrorizza psicologicamente i ragazzi, materializzandosi nelle loro peggiori paure. La cosa più inquietante però è che gli adulti sembrano non notare nulla. I ragazzini, dopo varie peripezie, decidono di affrontare insieme il clown.

ANALISI DEI CONTENUTI
La pellicola ha come tematica predominante il difficile rapporto grandi- piccoli. Oltre ad essere bullizzati dai ragazzi più grandi, i protagonisti vengono abusati dai loro stessi genitori (i casi più eclatanti sono quelli di Beverly e di Eddie). Altra tematica fondamentale è il ruolo che la paura ha nella vita dei protagonisti: IT si materializza proprio nelle loro peggiori paure, e non è un caso se i ragazzini riescono a combattere il mostro proprio quanto le esorcizzano. Interessante è inoltre che i protagonisti si ritrovino tutti in quell'età in cui non si è più bambini, ma neanche propriamente adulti. Questa fase di passaggio è rappresentata forse in maniera più palese dal personaggio di Beverly Marsh, il cui padre non fa altro che ripeterle "Dimmi che sei ancora la mia bambina", specialmente quando la vede tornare a casa con una confezione di assorbenti. Beverly non è più una bambina, ed è proprio quando riesce ad ammetterlo che il rapporto col padre degenera.

CURIOSITA'
La figura di IT nasce sulla falsa riga di un serial killer statunitense realmente esistito, John Wayne Gacy, soprannominato "Killer Clown" in quanto spesso l'uomo indossava i panni di "Pogo il clown" per partecipare a feste per bambini o ad eventi di raccolta fondi per i meno fortunati. Egli ha violentato, torturato e ucciso almeno 33 ragazzini e giovani uomini tra 1972 e 1978. Ciò che più inquieta è che l'uomo fu rispettato e amato da tutti, in quanto partecipò attivamente alla vita politica e sociale della sua cittadina. Ricorda un po' gli adulti di IT: rispettabili fuori, marci dentro. L'uomo morì per iniezione letale nel 1994, e pare che le sue ultime parole furono "Kiss my ass!", che per i pochi che non masticano l'inglese sarebbe un cordiale "Baciatemi il culo!".

VOTO: 8/10


domenica 24 settembre 2017

Book #8: Il deserto del sesso


Ultimamente ho fatto incetta di libri di scrittori calabresi. E' strano come dopo anni e anni di scuola dell'obbligo e università, un giorno realizzi quanto poco la tua regione sia rappresentata nella storia della letteratura italiana; inoltre, da quando ho lasciato la mia terra natia, mi sono accorta di quanto diverso sia, nonostante siamo tutti italiani, il nostro popolo da regione a regione.
Ho deciso di iniziare il mio studio sulle mie radici culturali con un libro parecchio interessante, che però poco ha a che vedere col meridione, in quanto ambientato nella Lombardia fascista, ma comunque scritto da un grande scrittore calabrese, Leonida Répaci. Il libro in questione è Il deserto del sesso, pubblicato nel 1956. Come si può intuire dal titolo, il tema centrale è il sesso: il sesso come malattia, il sesso che brucia e consuma. La protagonista del libro è Ignazia, una donna ormai verso il viale del tramonto, che si innamora follemente di Massimo, il cognato, provando un amore folle che la spingerà perfino a sacrificare la vita di ogni sua possibile rivale.
Il libro, che inizialmente non mi aveva entusiasmata per una scrittura forse troppo secca e semplice, si trasforma mentre lo si legge; i personaggi di Ignazia e di Massimo sono ben approfonditi psicologicamente; soprattutto Ignazia e il suo dramma interiore sono descritti così vividamente da non riuscire a condannare completamente una donna sì crudele, ma che prima di essere carnefice è stata vittima. Ignazia è una donna brutta, da sempre rifiutata, perfino dal marito e che, dietro un'apparenza dura e distaccata, nasconde un incredibile e logorante bisogno d'amore. Le descrizioni degli atti sessuali sono poetiche e metaforiche, a volte troppo da romanzetto rosa, ma niente di insopportabile o troppo banale. Ovviamente, ai tempi della sua pubblicazione il testo fece parecchio scalpore e fu vittima della censura. Del resto, a essere scandaloso nel romanzo non è il sesso in se, ma tutto ciò intorno a cui gravita: fascismo, omosessualità. fascisti omosessuali, tradimenti e istinti omicidi e suicidi. Non un capolavoro, lo ammetto, ma un libro comunque ben scritto e magnetico.
VOTO: 7.5/10

lunedì 18 settembre 2017

Amla: cosa ne penso?

Da anni ormai mi spalmo strani intrugli sui capelli, ma l'amla mi mancava. Le ho provate tutte: dall'henné allo shikakai, passando per la farina di ceci e lo yogurt, ma l'amla no, non mi aveva mai incuriosita, o almeno, non fino ad oggi.
Avendo smesso di utilizzare l'henné, sentivo che i miei capelli aveva bisogno comunque di un trattamento un po' più importante da applicare più o meno spesso, e allora ho optato per questa tanto decantata polvere di origine indiana che dovrebbe essere un toccasana per capelli e cuoio capelluto.
Ma che cos'è nello specifico l'amla?
A quanto dice la confezione di Amla di Biopark Cosmetics che ho acquistato, l'amla è il frutto dell'albero di Amla (ma dai?!), anche detto uva spina indiana. Essendo ricca di vitamina C, l'amla esercita un effetto antiossidante che previene l'incanutimento precoce dei capelli e la loro caduta, oltre che essere un'ottima alleata contro la forfora. Avendo anche un effetto astringente, risulta funzionale anche in caso di pelle grassa o mista. Essa può essere impiegata in maschere viso e in impacchi per capelli.
Le mie prime impressioni.
Il primo approccio non è stato dei migliori: nonostante io fossi abituata all'odore di altri impacchi naturali, l'odore dell'amla mi è risultato insopportabile. Non saprei neanche descriverlo, ma sopportarlo non è facile, anzi. Inoltre non ho notato particolari miglioramenti nello stato dei miei capelli. La seconda volta, sono stata più fortunata: sarà che avevo fretta di finire la confezione e non avere più a che fare con questa polvere malefica, ma utilizzandone di più (più di 50 gr) ho visto dei risultati. In primis, i capelli risultavano morbidissimi ed estremamente lucidi, in secundis, mi ha donato un colore più ricco di riflessi rispetto al mio naturale, nonostante non sia una polvere tintoria. Inoltre, già dal primo utilizzo (potrebbe essere anche suggestione però eh), ho notato un sacco di nuovi capelli!
La consiglio?
Onestamente non so se ricomprarla, perchè l'odore è davvero insopportabile (anche se per fortuna non rimane sui capelli dopo il lavaggio), ma devo dire che nonostante tutto ha soddisfatto le mie aspettative. Da usare, magari una volta ogni tanto.

Questi i miei capelli (felici) dopo l'impacco. 



giovedì 29 giugno 2017

Come essere più ecobio e vivere felici

DISCLAIMER:
Questo post potrebbe innervosirvi perché vi spinge a pensare e a essere meno egoisti. Da leggere a vostro rischio e pericolo.


I prodotti industriali per pulire casa sono il male. Questo ho pensato quando, accidentalmente, mi è finito dello sgrassatore nell'occhio (no, giuro che non stavo controllando da vicino se l'erogatore era su on o off). In realtà, lo sapevo anche prima che le nostre abitudine lasciano un po' a desiderare e che molti dei prodotti che normalmente teniamo in casa, non sono sicuri per la salute dell'uomo e dell'ambiente. Il genere umano si crede immune ai pericoli e ai soprusi a cui sta sottoponendo l'ambiente: prodotti per l'igiene personale e della casa mettono a dura prova gli ecosistemi e, non dimentichiamocelo, anche la nostra salute. Ma quindi? Vuol dire che noi e la nostra casa dobbiamo puzzare come una stalla in piena estate? Ma sciocchini, assolutamente no! Basta ingegnarsi e metterci un po' più d'impegno per fare delle scelte consapevoli. E non venitemi a dire che una rondine non fa primavera e che l'impegno deve partire dallo Stato e blah blah, perché, credetemi, sono solo cazzate per chi vuole rimanere passivo e non mettersi in discussione. Ecco alcune dritte che potrebbero salvarci la pelle (in tutti i sensi):

1. Preferire le formulazioni solide a quelle liquide
Mi riferisco soprattutto al bagnoschiuma e quant'altro. Le formulazioni liquide hanno bisogno di un packaging più ingombrante rispetto al loro corrispettivo solido. L'ideale sarebbe sostituire il bagnoschiuma con una saponetta, magari con l'involucro di carta piuttosto che di plastica (non devo dirvi io che la carta si decompone più facilmente, eh!). Esistono addirittura gli shampoo solidi, ma non l'ho ancora provati, quindi non saprei se effettivamente hanno una buona resa.

2. Evitare i prodotti superflui
Ragazzi, ma soprattutto ragazze, non abbiamo proprio bisogno di tutto tutto, credetemi. La società ci ha reso dei consumatori accaniti di cose di cui non abbiamo davvero bisogno. Tocca fare delle scelte. Io, per esempio, ho eliminato il balsamo o la maschera per capelli: il balsamo (o la maschera) produce una patina sul capello che dovrebbe renderlo più lucido e più morbido. Ma è davvero indispensabile? Per me no. Pensate davvero che applicare per pochi secondi o per qualche minuto della poltiglia sui vostri capelli li farà crescere sani e belli? Io ho sostituito questo step con un altro secondo me più efficace: una volta a settimana faccio un impacco pre-shampoo col mio olio preferito per capelli (io uso quello di jojoba che è leggerissimo) e credetemi, da ragazza mossa/riccia, posso assicurarvi che non mi manca inquinare l'acqua con i residui del balsamo (avete mai notato come diventa melmosa l'acqua dopo averlo sciacquato?). Stessa cosa vale per l'ammorbidente: se prima non si usava, adesso sembra diventato indispensabile. Ma anche se sembra un prodotto innocuo, non solo inquina ulteriormente le acque, ma può causare anche irritazioni. L'alternativa? Aceto o bicarbonato! Molti sono restii ad utilizzare l'aceto in lavatrice per via dell'odore, ma credetemi, una volta evaporato l'aceto non lascia nessun tipo di odore, ma anzi, esalta il profumo del detersivo (sceglietelo a basso impatto ambientale!). Il bicarbonato invece, non ammorbidisce solo i capi, ma ha anche un certo potere sbiancante.

3. Homemade
Comprare è più facile, ma sapete quanti "prodotti" potete crearvi a casa? Basta informarsi e avere un po' di iniziativa: dallo scrub allo sgrassatore universale, dagli impacchi per capelli alle maschere viso. Insomma, serve solo un po' di tempo e voglia di sperimentare.

4. Scegliere (pochi) prodotti giusti
Esistono dei prodotti multifunzionali che possono aiutarci a pulire la casa senza sporcare l'ambiente. Uno di questi è il Dr Bronner Magic Soap 18-in-1. Vi dirò, prima di acquistarlo ero abbastanza scettica e il prezzo mi sembrava esagerato. Poi ho deciso di comprarlo e ne sono rimasta piacevolmente stupita: bastano poche gocce di questo prodotto per pulire bene il pavimento, per lavare a mano i vestiti e fare tantissime altre cose, ma non lo consiglio per uso personale, dato che lascia la pelle abbastanza secca. Costa un po', ma vi assicuro che dura tantissimo e ha un'ottima resa!

Certo, alcuni prodotti chimicissimi risultano indispensabili (vedi la candeggina per disinfettare non solo il bagno, ma anche quella carcassa ferrosa di germi che prende il nome di lavatrice), ma non serve utilizzarli tutti i giorni e per tutto. Fate la scelta giusta o, altrimenti, siete destinati allo stesso destino di Fabio Volo.








martedì 30 maggio 2017

Book #7: Ragazzi di vita


Mi fa tanto ridere ricordare me 16enne che affermare di adorare Pasolini solo perché avevo visto Comizi d'amore e perché avevo studiato la sua poetica su un'antologia. Poi, dopo aver visto La Trilogia della Vita e, soprattutto, Salò, o le 120 giornate di Sodoma qualcosa cambiò. Il solo sentire parlare di Pasolini mi metteva addosso un'angoscia indescrivibile, e quando mi regalarono Ragazzi di Vita mi venne un magone assurdo. Mi rifiutai proprio di leggerlo. Poi però la vita te lo schiaffa in faccia e non puoi fare a meno di prenderlo in considerazione ("vita" = un esame di letteratura italiana da cui non puoi scappare). E così, da studentessa fuori sede a Roma, ho iniziato a leggerlo. Noiosissimo, pensavo. Poi però, con mia grandissima soddisfazione, sono riuscita a finirlo.

Ragazzi di vita è un libro difficile e a tratti noioso, non lo nego. Mi spiego: difficile perché non è un romanzo vero e proprio, ma più un saggio sulla difficile esistenza di quelli che furono i borgatari romani del dopoguerra. I ragazzi di vita di Pasolini sono figli di quel sottoproletariato analfabeta ma vivo fino al midollo, destinato ad estinguersi nell'Italia del boom economico. Noioso perché certi capitoli sembrano infiniti e il fatto che non si riesca ad empatizzare con i personaggi non aiuta. Infatti, in questo libro-inchiesta quasi tutti i personaggi sono delle comparse; anche Riccetto, ragazzetto grazie al quale viviamo le varie scorribande per le strade romane, appare come un protagonista sui generis. Occorre sottolineare che nel romanzo di Pasolini manca la dimensione psicologica dei personaggi; quello che conosciamo di loro è soltanto la loro cruda carnalità.  Fu proprio la descrizione di questa carnalità che portò lo stesso Pasolini e il suo editore, Garzanti, dritti in tribunale accusati di oltraggio al pudore. L'Italia benpensante del '55, anno in cui il romanzo fu pubblicato, non era pronta a leggere di ragazzini che si prostituivano per racimolare qualche soldo, speso poi nuovamente a prostitute. Lasciatemi dire che il sottoproletariato di Pasolini fotte e si lascia fottere, ripetutamente e in tutti i sensi. Mi lasciava perplessa il modo in cui questi ragazzetti derubavano e si facevano derubare; soffrivano, ma non si tiravano indietro se c'era da far soffrire.
Sullo sfondo di questo mondo sporco e infame, c'è la Roma che cantava Claudio Villa e Mario Merola, in piena ricostruzione dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Una Roma descritta nei minimi particolari (anche se non so se effettivamente il saggio si fonda poi con la narrazione fittizia) e fatta di quartieri che suonano familiari a chiunque conosca Roma: Monteverde, Tiburtino, Pietralata... Una Roma che parla romano, ma anche qui, un romano ricostruito in maniera quasi filologica che i romani stessi non riconoscono (credetemi, ho chiesto).
Insomma, ne vale la pena? Sì, non è una lettura da ombrellone, mi rendo conto. Ma sforzare un po' le meningi non può che far bene.