Ciao a tutti! Dopo una lunga assenza sono tornata a scrivere, ma non qui. Ho un nuovo blog! Mi farebbe tanto piacere se continuaste a seguirmi! Sono successe un paio di cose nella mia vita, e mi sento in vena di nuovi inizi. I capelli li ho già martoriati abbastanza, quindi ho deciso che il cambiamento sarebbe partito dal blog :D Scherzi a parte, grazie per aver reso vivo questo sito con i vostri commenti! Spero lo farete ancora sull'altra piattaforma!
Un bacio, Caterina.
https://itsmecate.home.blog/
sabato 9 febbraio 2019
mercoledì 8 agosto 2018
Blacksummer #1: Americanah - Chimamanda Ngozi Adichie
Per chi non mi seguisse ancora su Instagram (ma si può sapere che aspettate??), data la situazione politica e culturale del nostro Bel Paese, avevo pensato di far partire l'iniziativa #blacksummer, per cui mi impegnavo a leggere libri di scrittori neri e a condividerli con la community, chiedendo di aderire all'iniziativa e di far girare i libri letti . Inutile dire che non mi si è filato nessuno😑😒. Ad ogni modo però, ho cercato di mantenere la promessa con me stessa e finalmente sono riuscita a finire uno degli almeno 50 libri iniziati.
Americanah è un romanzo pubblicato nel 2013 dall'autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nota per il suo celebre discorso We should all be feminists.
Nel romanzo, come potete ben capire dal titolo si parla di America. Meno intuibile è che si parli di integrazione. La protagonista, Ifemelu, è una giovane e promettente nigeriana costretta ad emigrare verso gli Stati Uniti per concludere i suoi studi, cosa impossibile nel suo paese sotto regime militare. Trasferendosi getterà alle sue spalle non solo la Nigeria, ma anche il suo primo amore, Obinze, la sua famiglia, la sua identità nazionale e personale. Ifemelu si accorgerà di quanto possa essere difficile essere una donna africana in un paese fuori dal proprio continente e conoscerà la crudeltà del pregiudizio. Attraverso il suo blog Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una nera non americana descriverà il rapporto tra la società multietnica per eccellenza, quella americana, e i neri, che siano essi Afro-americani, Africani o Caraibici.
Chimamanda ci guiderà attraverso la Nigeria post-coloniale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti pre-Obama descrivendo a tinte forti che cosa voglia dire essere degli immigrati discriminati a priori per il colore della pelle.
Penso che Americanah sia un romanzo indubbiamente attuale. In Italia dovremmo leggerlo per riscoprire cosa effettivamente significhi emigrare dato che, a quanto pare, l'abbiamo dimenticato. La scrittrice nigeriana narra l'abbandono del proprio paese per mancanza di altre scelte e la perdita della propria essenza per cercare di adattarsi e di farsi accettare dalla società di arrivo, la stessa società a cui appartenevano i colonizzatori che hanno impoverito a tal punto il proprio paese. Inoltre, si esplora il mondo di una donna nera con tutte le sue problematiche sociali, influenzate da anni di proclamata superiorità razziale degli europei: dalla stiratura chimica sui capelli Afro, fino allo sbiancamento della pelle e le loro terribili conseguenze. Credo sia uno di quei libri da leggere per imparare qualcosa su una realtà che non siamo portati a conoscere, ma anzi a scartare a priori. Siamo sempre portati a leggere e a vedere l'Africa attraverso gli occhi degli europei. Per una volta non sarebbe male leggere dall'Africa descritta dai propri legittimi figli. Americanah è un bel romanzo di critica e analisi sociale, oltre che un bellissimo dipinto di un'intensa storia d'amore.
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lunedì 18 giugno 2018
Book #13: Mattatoio n° 5
Le sinossi sul retro dei libri possono essere ingannevoli.
Per esempio, dalla sinossi posta sul retro di Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut mi aspettavo un libro diverso. Il romanzo è senza dubbio grottesco, ma non c'è niente che mi abbia fatto ridere come l'aggettivo "semiserio" sembrava suggerire nella famosa sinossi. Al massimo, mi ha strappato qualche sorriso amaro.
Quello che io ho estrapolato da poco meno di 200 pagine è che Mattatoio n°5 è un romanzo sugli effetti che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto sulle effimere e spesso ridicole esistenze di chi l'ha vissuta. Il protagonista, Billy Pilgrim è l'emblema dell'uomo qualunque, dalla vita a tratti quasi fantozziana; un individuo che sopporta i soprusi a colpi di "Così va la vita", finché la sua rassegnazione non si traduce in follia allucinatoria. Secondo me il romanzo non è affatto fantastico: è una storia reale che descrive a tinte forti gli effetti disastrosi delle ferite che la guerra lascia sui corpi, ma soprattutto nella psiche, di chi ne ha avuto esperienza, di qualsiasi nazionalità egli o ella sia. Non aspettatevi neanche una qualche forma di catarsi: un pessimismo straziante pervade tutto il libro; la guerra è terribile, ma è necessaria, c'è sempre stata e sempre ci sarà. Non per nulla lo stesso Billy, così indelebilmente segnato dalla guerra, è responsabile della nascita di un futuro Berretto Verde che metterà a ferro e fuoco il Vietnam.
Dal punta di vista formale, è incredibile come Vonnegut riesca a costruire un romanzo dalla struttura a scatole cinesi: dalla cornice iniziale autobiografica si sviluppa il romanzo con protagonista Billy, caratterizzato da viaggi nel tempo e nello spazio, esperienze che altro non sono che il frutto della lettura dei romanzi di fantascienza di Kilogore Trout. Un'intersezione di piani narrativi e temporali che possono disturbare il lettore, ma che personalmente ho trovato ben gestiti.
Per concludere, Vonnegut riesce a parlare in modo incredibilmente originale di guerra e del disturbo da stress post-traumatico. Numerosi sono i rimandi culturali, storici, religiosi. Insomma, Mattatoio n°5 non è un libro che può essere ridotto a una breve recensione o a una sinossi. E' per questo che è un libro da leggere assolutamente.
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giovedì 7 giugno 2018
Book #12: L'arte della Gioia
-"Sai, vorrei comprare un libro di cui tutti parlano, ma non riesco a capire di che cosa si tratti esattamente."
- "Uhm, come si intitola?"
-"L'Arte della Gioia"
-"Uhm, questi minestroni banali sulla gioia e la positività mi danno la nausea..."
Dialogo tra me e una collega cinica
L'arte della Gioia non è un romanzo per tutti. Ne sentii parlare qualche tempo fa, ma di questa opera sapevo per certo solo che era di stampo femminista, nient'altro. Eppure la copertina mi attirava così tanto! Quello sfondo completamente bianco, la figura di una donna sdraiata, il titolo scritto in fucsia che contrasta con la sobrietà del resto. Ora posso dire che la copertina è la rappresentazione visiva dell'opera di Goliarda: il coraggio e l'audacia dei temi trattati cozza con la sua dolce ed evocativa prosa dei sensi. È un libro che non si può odiare o abbandonare del tutto; per quanto si provi a sfuggirgli, ritorna ad esercitare un forte ascendente su di noi, seducendoci maliziosamente dallo scaffale.
Non nascondo che all'inizio però l'ho odiato e come. Per me era un concentrato d'odio e di immoralità, di azioni e pensieri spregevoli di una donna, anzi peggio, di una bambina, che scopre il sesso e l'ambizione troppo presto. Modesta (questo il nome paradossale della protagonista) è un essere vorace, una Superdonna che impariamo a conoscere pagina dopo pagina: bambina povera e abusata, grazie all'ingegno e all'inganno riesce in una scalata sociale impensabile per una donna nata nella Sicilia del primo Novecento. Modesta utilizza ogni mezzo in proprio possesso per ottenere ciò a cui aspira, non disdegnando neppure l'idea di uccidere. Un personaggio malefico e immorale, dai tratti quasi demoniaci. Eppure ancora non la odio. E' come se dalla prima parte alla quarta Modesta subisca un processo d'espiazione dei suoi peccati: anche lei subisce il dolore della perdita, conosce la paura, la malattia. Con lo scorrere dei capitoli, Modesta assume sembianze umane che contribuiscono a renderla un'intramontabile eroina femminile.
Il romanzo, come la vita di Modesta e Goliarda, ha un destino travagliato: rifiutato più e più volte dagli editori italiani, ottiene il riconoscimento che gli spetta grazie all'edizione francese e tedesca. Del resto non c'è da stupirsi: troppo difficile per l'editoria italiana degli anni '70 accettare la pubblicazione di romanzi con tematiche spinose come l'aborto, la disabilità, l'omosessualità e la promiscuità sessuale femminile, l'emancipazione e il comunismo. L'Arte della Gioia non è un libro banale.
La seconda protagonista al fianco di Modesta è l'Italia del secolo scorso, in particolare la Sicilia, con i suoi paesaggi aspri ma che sanno di casa, la Sicilia della questione meridionale e del dopoguerra... La mia collega si sbagliava. Se si riescono a digerire i primi capitoli, come della rosa si sopportano le spine, vi si aprirà un romanzo di rara bellezza, tenendo sempre ben in mente una cosa: è il leggere e il conoscere punti di vista diversi dai nostri che aiutano ad aprire la mente. Dubitate dei libri che non vi sconvolgono.
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mercoledì 4 aprile 2018
Book #11: Intelligenza emotiva
Vi siete mai chiesti perché la sola intelligenza non è garanzia di successo? E ancora, qual è il modo giusto per affrontare le sfide che la vita ci pone di fronte ogni giorno senza perdere la serenità?
Non so voi, ma spesso e volentieri mi sono ritrovata in situazioni così tese in cui, completamente annebbiata dal mio stato d'animo del momento, controllarmi o fare la scelta giusta è stato semplicemente impossibile. In più, diverse volte mi sono imbattuta in persone con approcci decisamente discutibili: frecciatine, offese gratuite e giudizi poco lusinghieri, se non distruttivi. Ma perché tutto questo? E soprattutto, come affrontarlo senza perdere le staffe?
Sono proprio queste le tematiche che Daniel Goleman, psicologo e giornalista statunitense, affronta nella sua opera più famosa, Intelligenza Emotiva. Un libro di non facile lettura, lo ammetto, ma particolarmente illuminante. In circa 500 pagine, vengono discussi i problemi più disparati con piglio concreto e scientifico, ma non per questo incomprensibile per coloro per cui la psicologia non è esattamente il proprio pane quotidiano. In un libro che dà speranza, vengono analizzati conflitti sociali in cui tutti ci imbattiamo quotidianamente e in diversi contesti (dal lavoro, alla vita di coppia, fino ai rapporti tra persone in generale), proponendo delle soluzioni a partire da una visione chiara e dettagliata dei problemi; soluzioni tutte improntate sullo sviluppo della tanto famigerata "intelligenza emotiva". Ma di che si tratta? In sostanza, con questo termine si designa la capacità di saper riconoscere e gestire i propri sentimenti e quelli degli altri, con lo scopo di raggiungere i propri obiettivi. Tra le più importanti caratteristiche dell'intelligenza emotiva troviamo l'autocontrollo, la motivazione e l'empatia, accompagnate da disciplina, rinvio delle gratificazioni e volontà, tutti fondamentali strumenti che permettono di scuotersi di dosso l'apatia dilagante tipica della società contemporanea.
Personalmente non credo che un libro possa cambiare radicalmente la vita di una persona, ma sicuramente può contribuire ad assumere atteggiamenti che possono migliorarla. Può davvero l'intelligenza emotiva renderci felici? Certo che può, ma la felicità e la realizzazione non arrivano senza duro lavoro e sacrificio. Daniel Goleman con il suo libro ce lo ricorda e ci insegna come reagire a quel torpore paralizzante in cui ci ritroviamo in certi momenti di crisi.
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giovedì 8 marzo 2018
Due libri per le donne
Non regalatele mimose o altri fiori, simbolo di bellezza decadente di cui dopo pochi giorni bisognerà disfarsi. Regalatele un libro. Un libro che possa liberarla dalla schiavitù fisica e mentale a cui è sottoposta ogni giorno. Sì, perché la donna è ancora schiava di sé stessa e della società che vuole impartirle l’insegnamento che qualsiasi cosa faccia non è abbastanza. Casalinga? Non è abbastanza emancipata, una mantenuta insomma. Donna in carriera? Troppo emancipata, sarà sicuramente una pessima madre e moglie. Bella? Sicuramente non è abbastanza intelligente. Intelligente? Beh, dovrebbe imparare a stare zitta perché agli uomini non piace chi parla troppo. Pensiate stia esagerando? In realtà queste non sono nient’altro che frasi che nella mia vita ho sentito pronunciare dalla bocca di persone vere.
Ragazze, abbiamo ancora tanta, troppa strada da fare e per farla abbiamo bisogno del giusto equipaggiamento. Circondatevi di libri belli e profondi, di quelli che fanno fiorire idee di serenità, ma che riescono comunque a punzecchiare le budella ricordandovi che “Ehi, questa situazione di disagio interiore ti sembra familiare? Sei sicura di voler star zitta e subire?”.
Credevo che quelle che provavo fossero emozioni solo mie, ma mi sbagliavo: anche altre donne sono riuscite a metterle su carta. Mal comune mezzo gaudio? Non proprio, ma sapere che quelle sensazione non l’hai avute solo tu perché sei completamente matta rincuora e non poco. Due dei libri che vi consiglio potrebbero essere un ottimo equipaggiamento contro la merda che la vita vi tira in faccia ogni giorno. Il primo è Milk e Honey di Rupi Kaur, una raccolta di poesie che vi lascerà senza fiato e che riuscirà a toccare corde che neanche v’aspettavate d’avere. La giovane poetessa indiana parla della femminilità a tutto tondo: maternità, sessualità, rapporto col proprio padre e col proprio corpo. Insomma, in una sola parola, le poesie ruotano intorno a un solo grande tema, l’amore. Pensavo di leggere una valanga di luoghi comuni sulla femminilità, invece mi sono ritrovata senza parole davanti ad alcune pagine che sembrava si rivolgessero a me personalmente, come se Rupi avesse scritto quelle parole per raggiungere esattamente e esclusivamente a me. Come fa a sapere come mi sento e cosa provo? Leggere questo fiume di parole in piena sarà come confrontarsi con una amica di vecchia data. E’ incredibile come il percorso di una donna nata a kilometri di distanza possa somigliare tanto al mio. La stessa impressione l’ho avuta leggendo Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie. Certo, non mi sono mai imbattuta nelle stesse situazioni in cui lei si è imbattuta in Nigeria, dove se dai una moneta a un parcheggiatore il tizio ringrazia l’uomo che ti accompagna e non te, ma le pressioni che arrivano dalla società riguardo l’apparenza e l’espressione del corpo femminile sono le stesse. Infatti, in Italia come in Nigeria, è credenza comune che se una donna voglia essere presa sul serio debba abbandonare i suoi atteggiamenti e vesti spiccatamente femminili. Da qui frasi comuni del tipo” è una donna con le palle” o “è lei che porta i pantaloni” da cui si deduce che una donna di carattere debba avere per forza abbandonato i suoi attributi femminili per adottare quelli maschili. Capisco che è un uso figurato, ma da queste frasi filtra ancora una visione del mondo ancora spiccatamente maschilista, siamo sicuri di volerle ancora usare con leggerezza? Come dice Chimamamanda, tutti dovremmo essere femministi, in quando un femminista è “una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica dei sessi”, e questo non solo l’8 marzo, ma tutti i giorni.
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martedì 26 dicembre 2017
Book #10: Si Stava Meglio
Si Stava Meglio è il primo libro di Claudio Di Biagio, ex youtuber di successo, adesso regista, sceneggiatore e creativo. Il sottotitolo, In viaggio con mia nonna lungo un secolo di storia italiana indica l'obiettivo che il giovane scrittore si è posto: raccontare attraverso gli occhi di quattro personaggi (sua nonna Lea, Anna Maria Mori, Giorgio Michetti e Anna Mazzola) circa 100 anni di storia del nostro paese. Ma ci è riuscito?
"Conosco" Claudio sin dal suo esordio su Youtube. Ero veramente una piccola bimbaminchia allora, esattamente come questo trentenne che ad oggi ha scritto un libro e ha fatto chissà quante altre cose che non sto qui a raccontare. Questo è il primo libro scritto da un (ex) youtuber che ho acquistato, ma per Claudio questo ed altro. Il fatto è che Claudio è uno dei pochi youtuber che è cresciuto insieme al suo pubblico rimanendo sempre coerente con se stesso. Una cosa non da poco direi.
Si Stava Meglio è esattamente la quinta essenza di Claudio Di Biagio: una sorta di sceneggiatura adattata a un romanzo, e liberamente ispirata al film Big Fish di Tim Burton. Su quali basi dico questo? 27 settembre 2013: esce il primo #ilmiocinema proprio su Big Fish. Vi consiglio di andarlo a vedere dopo aver letto il libro, così capirete di cosa parlo. Se farete come vi consiglio, una frase detta da Claudio proprio all'inizio del video vi colpirà: "Tutto dipende da come tu decidi di raccontare quella storia",
26 settembre 2017: esce Si Stava Meglio. Prefazione: "La cosa importante delle storie è come vengono raccontate". Sin da subito quindi, ci troviamo di fronte a uno dei temi cardine del romanzo: non è importante che le storie che si raccontano siano vere o finte, Claudio non è uno storico. L'importante per lui è come vengono raccontate, con l'unico obiettivo di suscitare delle emozioni in colui che le ascolta e in chi le ricorda. Ed è proprio questo che Claudio fa: intervista quattro persone reali, ma le loro storie, la sua storia, di cui anche lui si rende protagonista insieme alla nonna, non sono del tutto reali. Come egli stesso ha affermato, il suo romanzo è intriso di un forte realismo magico. Così, il trentenne Claudio parte per un viaggio con sua nonna Lea che attraversa Roma nello spazio e nel tempo. Durante questo viaggio, Claudio pone alla nonna più gagliarda d'Italia sei significative domande: Perché i matrimoni finiscono?; Chi è il cattivo?; Esisteva lo stress?; Che cos'è l'ambizione?; Cosa sopravvive all'uomo?; E il sesso?. A cercare di rispondere a queste domande non sarà solo sua nonna, ma anche Anna Maria Mori, giornalista e scrittrice italiana di origine istriana; Anna Mazzola, nuotatrice che nel 1957 è stata la prima donna italiana a vincere la Capri-Napoli e Giorgio Michetti, pittore.
Questo romanzo è un libro multimediale. Impossibile infatti goderne appieno se non si ha vicino qualsiasi device su cui ascoltare le canzoni che Claudio sceglie come colonna sonora della sua storia. Del resto, che cosa ci si poteva aspettare da un regista? E forse proprio questo tocca ricordare quando si legge questo romanzo: tenete sempre presente che è un film per iscritto. Lo stesso autore lo sottolinea nel CAPITOLO 0, Epifania; "Sento il bisogno di scriverlo, di metterlo nero su bianco visto che i soldi per farci un film non ce li ho." E se bisogna trovare per forza dei difetti, il problema è proprio questo: l'idea è buonissima, ma non rende al meglio su carta. La fine del romanzo non mi ha del tutto convinta e una sentenza, forse un po' cattiva, si è stampata sulle ultime pagine bianche del libro: Claudio parla meglio di come scrive. L'approccio troppo colloquiale, una scrittura a volte troppo nervosa e sconnessa rendono difficile godersi la lettura. Con questo non voglio dire che questo romanzo è spazzatura, per carità, ma neanche il prossimo vincitore del premio Strega. Siamo lontani dalla grande letteratura, ma non per questo bisogna sminuire il valore di questa opera. Quello che forse disturba, è il grande, grossissimo debito che il romanzo deve a Big Fish di Tim Burton: l'idea dietro a questo libro non è del tutto originale, anzi. La forte presenza dell'acqua, il grande pesce che nuota sotto Anna Mazzola durante la Capri-Napoli, l'idea che non è importante la storia in sè, ma come viene raccontata vengono tutte dal film di Tim Burton, il film preferito di Claudio. Ecco, fossi stata in te caro Claudio, nei ringraziamenti avrei ringraziato anche il buon Tim e Daniel Wallace, dal cui romanzo è tratto il film.
Ma insomma, Claudio di Biagio è riuscito a farci viaggiare attraverso 100 anni di storia italiana? Beh, sicuramente si è perso dei pezzi, ma se non ha coperto 100 anni della nostra storia è riuscito nel suo vero intento: far emozionare ricordando. Originale o meno, Si Stava Meglio emoziona con semplicità, la stessa semplicità delle risposte schiette di Nonna Lea. E senza troppi giri di parole: grazie Claudio per aver dimostrato che le etichette sono solo degli stupidi limiti superabilissimi. Da youtuber cazzaro a regista serio che vuol raccontare storie? Si può. Lo consiglio? Assolutamente sì. Nonostante il finale aperto non mi convinca, il resto del libro è un gioiellino ricco di riflessioni e consigli di vita.
VOTO: 7/10
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mercoledì 15 novembre 2017
Netflix is love, Netflix is life #5: Chewing Gum
Scommetto che siete disperati perché dopo Stranger Things 2 l'abbonamento a Netflix vi sembra inutile. Insomma, non sapete come riprendervi e ogni serie vi sembra poco interessante. La mia soluzione? Un'ottima trashiata. Chewing Gum!
La protagonista di questa brillante serie è Tracy, una ragazza 24enne vergine che vive nei sobborghi di Londra con una madre religiosissima e una sorella oppressiva e infantile, circondata da amiche tamarre che sembrano appena uscite da una puntata di Geordie Shore. Arrivata a questo punto della sua vita, Tracy decide che è il caso di scoprire la sessualità, ma il suo look alla Whoopi Goldberg in Il colore viola e la sua goffaggine non l'aiutano. Grazie alle sue amiche e a Santa Beyoncé che vigila su tutti noi, riuscirà nel suo intento, ma nel farlo si imbatterà in situazioni davvero imbarazzanti.
Chewing Gum è una serie che parla di sesso, ma non solo. E' una serie che parla di tabù sociali, razziali e sessuali e li esorcizza con una risata. Io l'ho trovata geniale e davvero fuori dalle righe. Guardatela, e che Beyoncé sia con voi.
La protagonista di questa brillante serie è Tracy, una ragazza 24enne vergine che vive nei sobborghi di Londra con una madre religiosissima e una sorella oppressiva e infantile, circondata da amiche tamarre che sembrano appena uscite da una puntata di Geordie Shore. Arrivata a questo punto della sua vita, Tracy decide che è il caso di scoprire la sessualità, ma il suo look alla Whoopi Goldberg in Il colore viola e la sua goffaggine non l'aiutano. Grazie alle sue amiche e a Santa Beyoncé che vigila su tutti noi, riuscirà nel suo intento, ma nel farlo si imbatterà in situazioni davvero imbarazzanti.
Chewing Gum è una serie che parla di sesso, ma non solo. E' una serie che parla di tabù sociali, razziali e sessuali e li esorcizza con una risata. Io l'ho trovata geniale e davvero fuori dalle righe. Guardatela, e che Beyoncé sia con voi.
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giovedì 2 novembre 2017
Book #9: Il grande mare dei Sargassi
Anni fa lessi il famosissimo Jean Eyre di Charlotte Brontë e lo trovai un romanzo straordinariamente femminista: una giovane eroina emancipata e intelligente riusciva a coronare il suo sogno d'amore nonostante mille peripezie. Poco caso feci, invece, alla storia incredibile di un personaggio secondario, anch'esso femminile e antagonista di Jane. Il personaggio di cui parlo è quello di Bertha Mason, la moglie matta del Signor Rochester, rinchiusa nella soffitta di Thornfield Hall e che appiccherà il fuoco che la ucciderà e che mutilerà il marito. Poco si sa di lei, se non che è totalmente pazza, che il marito l'ha sposata per accontentare il padre e perché inconsapevole della sua storia familiare e che è creola; il tutto raccontato dal marito stesso. Ma cosa avrebbe raccontato di sé e della sua famiglia Bertha, se avesse potuto parlare? A darle possibilità di riscatto sarà una scrittrice di origini caraibiche come lei, Jean Rhys, attraverso il suo romanzo Il grande mare dei Sargassi del 1966, pubblicato ben 119 anni dopo la versione della Brontë.
TRAMA
Il romanzo della Rhys è una sorta di prequel di Jane Eyre diviso in 3 parti dove Bertha, il cui vero nome è Antoinette, racconta la sua difficile vita, dall'infanzia a dopo il matrimonio col Signor Rochester. La narrazione inizia dopo lo Slavery Abolition Act del 1833 in Jamaica, dove la famiglia di Antoinette, i Cosway, non se la passa molto bene, dovendo la propria fortuna alla tratta degli schiavi. I nativi mal sopportano la famiglia, ma tralasciando piccoli dispetti, non minacciano di compiere azione repressive contro di loro, contenti della disgrazia economica che li ha colpiti. A impaurirli è però anche il fatto che al servizio della famiglia siano rimasti dei vecchi servitori neri, tra cui Christophine, che i locali temono perché esperta di obeah. La situazione però degenera quando Annette, la madre di Antoinette, sposa un ricco inglese, il Signor Mason. Vedendo la tanto odiata famiglia Cosway ritornare ai loro agi da ricchi schiavisti, gli abitanti dell'isola decidono di incendiare la loro casa. Purtroppo nel rogo, il fratellino disabile di Antoinette, perde la vita e questo scatena la follia di Annette. Dopo l'avvenimento, la vita di Antoinette non sarà più la stessa, e la ragazzina verrà perseguitata perché creduta pazza come la madre. Finalmente, qualcosa sembra cambiare quando sposa un giovane ragazzo inglese di cui si innamora follemente, ma che tuttavia tradisce con Sandi, il proprio cugino. Suo marito verrà però informato dei tradimenti e della sua presunta follia dal proprio fratellastro, Daniel. Da qui, l'odio del marito (che non viene mai nominato come Signor Rochester, ma rimane anonimo) cresce a dismisura, finché Antoinette chiede aiuto a Christophine che le consiglia di fuggire e di rifarsi una vita. Antoinette, ormai trasformata in Bertha, non accetta subito questo consiglio, e chiede a Christophine di lanciare un incantesimo sul marito, in modo che possa ritornare ad amarla. L'incantesimo di Christophine sembra funzionare, ma dopo una notte di passione, il giovane marito capisce con quali mezzi la moglie ha cercato di legarlo a sé e decide di non toccare mai più Antoinette e di portarla con sé in Inghilterra, rifiutando la proposta di Christophine, che vorrebbe aiutarla a guarire e a rifarsi una vita. Nel frattempo, Antoinette, come rimasta vittima dello stesso incantesimo da lei richiesto, si strugge di passione e per combattere il dolore, inizia a bere. Il romanzo finisce con un intenso stream of conscioussness, in cui Bertha ripercorre l'ultimo periodo in cui è rimasta chiusa nella soffitta. Dopo, si ucciderà.
ANALISI
Quando penso a questo romanzo, non posso fare a meno di pensare alla sua circolarità e di come il fuoco ne sia il simbolo centrale. Nella prima parte del libro, gli isolani incendiano la casa dei Cosway, simbolo della loro schiavitù. Mentre la casa è in fiamme, il pappagallo di Annette cerca disperatamente di spiccare il volo per salvarsi, ma avendo le ali mozzate fallisce e cade rovinosamente al suolo, morendo lentamente. Come raccontato nel romanzo, secondo gli isolani uccidere un pappagallo o vederlo morire porta terribilmente sfortuna. Antoinette, divenuta poi Bertha per decisione del marito che si ostina a chiamarla così, condivide il triste destino del pappagallino, ma agisce con lo stesso odio degli isolani: incendia la casa che la rende schiava, ma così facendo, perde la vita lanciandosi nel vuoto, forse non per uccidersi, ma per salvarsi.
La storia viene narrata attraverso due punti di vista: infatti a narrare la vicenda non è solo Antoinette, ma anche il suo anonimo marito, che spiega come abbia sposato questa donna a lui sconosciuta solo per la sua bellezza e il suo denaro. Essendo stato ingannato e tradito, l'uomo decide di non perdonare la moglie, vendicandosi nel peggiore dei modi, rinchiudendo Bertha/Antoinette in una soffitta. Mi verrebbe da pensare che forse Jane Eyre non sia esattamente un romanzo a lieto fine se la nostra eroina ha sposato un uomo così crudele.
VOTO: 9/10
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sabato 28 ottobre 2017
Movie #28: IT (2017)
La notte delle streghe si avvicina e avete voglia di un buon film horror che vi faccia cag**e sotto? Siete nel posto giusto!
Confesso che è stato difficile per me iniziare a guardare questa nuova versione cinematografica del celebre romanzo di Stephen King senza pensare alla vecchia versione televisiva del 1990, dove a interpretare Pennywise fu il grandioso Tim Curry.
Mi aspettavo una sorta di sequel della miniserie, ma presto mi sono accorta che quella che stavo vedendo sul grande schermo era una versione completamente diversa di IT, molto più esplicita, intensa e ricca di jumpsscares.
Davvero difficile non fare confronti, ma indispensabile per godersi al meglio questo horror che mi ha colpito particolarmente per un ottimo uso degli effetti speciali, per una buona realizzazione tecnica e per le tematiche, di cui il merito però va solo al genio di Stephen King.
TRAMA (no spoiler)
La storia (che quasi tutti conosciamo) si svolge a Derry, una cittadina fittizia nel Maine. Ciò che caratterizza la città è l'alto tasso di persone scomparse, principalmente bambini. In un giorno di pioggia Georgie, fratellino di uno dei protagonisti, decide di giocare con la sua barchetta; purtroppo la barchetta finisce in un tombino ed è proprio qui che avviene il terribile incontro con Pennywise, il clown ballerino. La scomparsa del fratellino affligge Bill, che insieme a i suoi amici, la "banda dei perdenti", viene perseguitato dal terribile clown. Il clown terrorizza psicologicamente i ragazzi, materializzandosi nelle loro peggiori paure. La cosa più inquietante però è che gli adulti sembrano non notare nulla. I ragazzini, dopo varie peripezie, decidono di affrontare insieme il clown.
ANALISI DEI CONTENUTI
La pellicola ha come tematica predominante il difficile rapporto grandi- piccoli. Oltre ad essere bullizzati dai ragazzi più grandi, i protagonisti vengono abusati dai loro stessi genitori (i casi più eclatanti sono quelli di Beverly e di Eddie). Altra tematica fondamentale è il ruolo che la paura ha nella vita dei protagonisti: IT si materializza proprio nelle loro peggiori paure, e non è un caso se i ragazzini riescono a combattere il mostro proprio quanto le esorcizzano. Interessante è inoltre che i protagonisti si ritrovino tutti in quell'età in cui non si è più bambini, ma neanche propriamente adulti. Questa fase di passaggio è rappresentata forse in maniera più palese dal personaggio di Beverly Marsh, il cui padre non fa altro che ripeterle "Dimmi che sei ancora la mia bambina", specialmente quando la vede tornare a casa con una confezione di assorbenti. Beverly non è più una bambina, ed è proprio quando riesce ad ammetterlo che il rapporto col padre degenera.
CURIOSITA'
La figura di IT nasce sulla falsa riga di un serial killer statunitense realmente esistito, John Wayne Gacy, soprannominato "Killer Clown" in quanto spesso l'uomo indossava i panni di "Pogo il clown" per partecipare a feste per bambini o ad eventi di raccolta fondi per i meno fortunati. Egli ha violentato, torturato e ucciso almeno 33 ragazzini e giovani uomini tra 1972 e 1978. Ciò che più inquieta è che l'uomo fu rispettato e amato da tutti, in quanto partecipò attivamente alla vita politica e sociale della sua cittadina. Ricorda un po' gli adulti di IT: rispettabili fuori, marci dentro. L'uomo morì per iniezione letale nel 1994, e pare che le sue ultime parole furono "Kiss my ass!", che per i pochi che non masticano l'inglese sarebbe un cordiale "Baciatemi il culo!".
VOTO: 8/10
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domenica 24 settembre 2017
Book #8: Il deserto del sesso
Ultimamente ho fatto incetta di libri di scrittori calabresi. E' strano come dopo anni e anni di scuola dell'obbligo e università, un giorno realizzi quanto poco la tua regione sia rappresentata nella storia della letteratura italiana; inoltre, da quando ho lasciato la mia terra natia, mi sono accorta di quanto diverso sia, nonostante siamo tutti italiani, il nostro popolo da regione a regione.
Ho deciso di iniziare il mio studio sulle mie radici culturali con un libro parecchio interessante, che però poco ha a che vedere col meridione, in quanto ambientato nella Lombardia fascista, ma comunque scritto da un grande scrittore calabrese, Leonida Répaci. Il libro in questione è Il deserto del sesso, pubblicato nel 1956. Come si può intuire dal titolo, il tema centrale è il sesso: il sesso come malattia, il sesso che brucia e consuma. La protagonista del libro è Ignazia, una donna ormai verso il viale del tramonto, che si innamora follemente di Massimo, il cognato, provando un amore folle che la spingerà perfino a sacrificare la vita di ogni sua possibile rivale.
Il libro, che inizialmente non mi aveva entusiasmata per una scrittura forse troppo secca e semplice, si trasforma mentre lo si legge; i personaggi di Ignazia e di Massimo sono ben approfonditi psicologicamente; soprattutto Ignazia e il suo dramma interiore sono descritti così vividamente da non riuscire a condannare completamente una donna sì crudele, ma che prima di essere carnefice è stata vittima. Ignazia è una donna brutta, da sempre rifiutata, perfino dal marito e che, dietro un'apparenza dura e distaccata, nasconde un incredibile e logorante bisogno d'amore. Le descrizioni degli atti sessuali sono poetiche e metaforiche, a volte troppo da romanzetto rosa, ma niente di insopportabile o troppo banale. Ovviamente, ai tempi della sua pubblicazione il testo fece parecchio scalpore e fu vittima della censura. Del resto, a essere scandaloso nel romanzo non è il sesso in se, ma tutto ciò intorno a cui gravita: fascismo, omosessualità. fascisti omosessuali, tradimenti e istinti omicidi e suicidi. Non un capolavoro, lo ammetto, ma un libro comunque ben scritto e magnetico.
VOTO: 7.5/10
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lunedì 18 settembre 2017
Amla: cosa ne penso?
Da anni ormai mi spalmo strani intrugli sui capelli, ma l'amla mi mancava. Le ho provate tutte: dall'henné allo shikakai, passando per la farina di ceci e lo yogurt, ma l'amla no, non mi aveva mai incuriosita, o almeno, non fino ad oggi.
Avendo smesso di utilizzare l'henné, sentivo che i miei capelli aveva bisogno comunque di un trattamento un po' più importante da applicare più o meno spesso, e allora ho optato per questa tanto decantata polvere di origine indiana che dovrebbe essere un toccasana per capelli e cuoio capelluto.
Ma che cos'è nello specifico l'amla?
A quanto dice la confezione di Amla di Biopark Cosmetics che ho acquistato, l'amla è il frutto dell'albero di Amla (ma dai?!), anche detto uva spina indiana. Essendo ricca di vitamina C, l'amla esercita un effetto antiossidante che previene l'incanutimento precoce dei capelli e la loro caduta, oltre che essere un'ottima alleata contro la forfora. Avendo anche un effetto astringente, risulta funzionale anche in caso di pelle grassa o mista. Essa può essere impiegata in maschere viso e in impacchi per capelli.
Le mie prime impressioni.
Il primo approccio non è stato dei migliori: nonostante io fossi abituata all'odore di altri impacchi naturali, l'odore dell'amla mi è risultato insopportabile. Non saprei neanche descriverlo, ma sopportarlo non è facile, anzi. Inoltre non ho notato particolari miglioramenti nello stato dei miei capelli. La seconda volta, sono stata più fortunata: sarà che avevo fretta di finire la confezione e non avere più a che fare con questa polvere malefica, ma utilizzandone di più (più di 50 gr) ho visto dei risultati. In primis, i capelli risultavano morbidissimi ed estremamente lucidi, in secundis, mi ha donato un colore più ricco di riflessi rispetto al mio naturale, nonostante non sia una polvere tintoria. Inoltre, già dal primo utilizzo (potrebbe essere anche suggestione però eh), ho notato un sacco di nuovi capelli!
La consiglio?
Onestamente non so se ricomprarla, perchè l'odore è davvero insopportabile (anche se per fortuna non rimane sui capelli dopo il lavaggio), ma devo dire che nonostante tutto ha soddisfatto le mie aspettative. Da usare, magari una volta ogni tanto.
Avendo smesso di utilizzare l'henné, sentivo che i miei capelli aveva bisogno comunque di un trattamento un po' più importante da applicare più o meno spesso, e allora ho optato per questa tanto decantata polvere di origine indiana che dovrebbe essere un toccasana per capelli e cuoio capelluto.
Ma che cos'è nello specifico l'amla?
A quanto dice la confezione di Amla di Biopark Cosmetics che ho acquistato, l'amla è il frutto dell'albero di Amla (ma dai?!), anche detto uva spina indiana. Essendo ricca di vitamina C, l'amla esercita un effetto antiossidante che previene l'incanutimento precoce dei capelli e la loro caduta, oltre che essere un'ottima alleata contro la forfora. Avendo anche un effetto astringente, risulta funzionale anche in caso di pelle grassa o mista. Essa può essere impiegata in maschere viso e in impacchi per capelli.
Le mie prime impressioni.
Il primo approccio non è stato dei migliori: nonostante io fossi abituata all'odore di altri impacchi naturali, l'odore dell'amla mi è risultato insopportabile. Non saprei neanche descriverlo, ma sopportarlo non è facile, anzi. Inoltre non ho notato particolari miglioramenti nello stato dei miei capelli. La seconda volta, sono stata più fortunata: sarà che avevo fretta di finire la confezione e non avere più a che fare con questa polvere malefica, ma utilizzandone di più (più di 50 gr) ho visto dei risultati. In primis, i capelli risultavano morbidissimi ed estremamente lucidi, in secundis, mi ha donato un colore più ricco di riflessi rispetto al mio naturale, nonostante non sia una polvere tintoria. Inoltre, già dal primo utilizzo (potrebbe essere anche suggestione però eh), ho notato un sacco di nuovi capelli!
La consiglio?
Onestamente non so se ricomprarla, perchè l'odore è davvero insopportabile (anche se per fortuna non rimane sui capelli dopo il lavaggio), ma devo dire che nonostante tutto ha soddisfatto le mie aspettative. Da usare, magari una volta ogni tanto.
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| Questi i miei capelli (felici) dopo l'impacco. |
giovedì 29 giugno 2017
Come essere più ecobio e vivere felici
Questo post potrebbe innervosirvi perché vi spinge a pensare e a essere meno egoisti. Da leggere a vostro rischio e pericolo.
1. Preferire le formulazioni solide a quelle liquide
Mi riferisco soprattutto al bagnoschiuma e quant'altro. Le formulazioni liquide hanno bisogno di un packaging più ingombrante rispetto al loro corrispettivo solido. L'ideale sarebbe sostituire il bagnoschiuma con una saponetta, magari con l'involucro di carta piuttosto che di plastica (non devo dirvi io che la carta si decompone più facilmente, eh!). Esistono addirittura gli shampoo solidi, ma non l'ho ancora provati, quindi non saprei se effettivamente hanno una buona resa.
2. Evitare i prodotti superflui
Ragazzi, ma soprattutto ragazze, non abbiamo proprio bisogno di tutto tutto, credetemi. La società ci ha reso dei consumatori accaniti di cose di cui non abbiamo davvero bisogno. Tocca fare delle scelte. Io, per esempio, ho eliminato il balsamo o la maschera per capelli: il balsamo (o la maschera) produce una patina sul capello che dovrebbe renderlo più lucido e più morbido. Ma è davvero indispensabile? Per me no. Pensate davvero che applicare per pochi secondi o per qualche minuto della poltiglia sui vostri capelli li farà crescere sani e belli? Io ho sostituito questo step con un altro secondo me più efficace: una volta a settimana faccio un impacco pre-shampoo col mio olio preferito per capelli (io uso quello di jojoba che è leggerissimo) e credetemi, da ragazza mossa/riccia, posso assicurarvi che non mi manca inquinare l'acqua con i residui del balsamo (avete mai notato come diventa melmosa l'acqua dopo averlo sciacquato?). Stessa cosa vale per l'ammorbidente: se prima non si usava, adesso sembra diventato indispensabile. Ma anche se sembra un prodotto innocuo, non solo inquina ulteriormente le acque, ma può causare anche irritazioni. L'alternativa? Aceto o bicarbonato! Molti sono restii ad utilizzare l'aceto in lavatrice per via dell'odore, ma credetemi, una volta evaporato l'aceto non lascia nessun tipo di odore, ma anzi, esalta il profumo del detersivo (sceglietelo a basso impatto ambientale!). Il bicarbonato invece, non ammorbidisce solo i capi, ma ha anche un certo potere sbiancante.
3. Homemade
Comprare è più facile, ma sapete quanti "prodotti" potete crearvi a casa? Basta informarsi e avere un po' di iniziativa: dallo scrub allo sgrassatore universale, dagli impacchi per capelli alle maschere viso. Insomma, serve solo un po' di tempo e voglia di sperimentare.
4. Scegliere (pochi) prodotti giusti
Esistono dei prodotti multifunzionali che possono aiutarci a pulire la casa senza sporcare l'ambiente. Uno di questi è il Dr Bronner Magic Soap 18-in-1. Vi dirò, prima di acquistarlo ero abbastanza scettica e il prezzo mi sembrava esagerato. Poi ho deciso di comprarlo e ne sono rimasta piacevolmente stupita: bastano poche gocce di questo prodotto per pulire bene il pavimento, per lavare a mano i vestiti e fare tantissime altre cose, ma non lo consiglio per uso personale, dato che lascia la pelle abbastanza secca. Costa un po', ma vi assicuro che dura tantissimo e ha un'ottima resa!
Certo, alcuni prodotti chimicissimi risultano indispensabili (vedi la candeggina per disinfettare non solo il bagno, ma anche quella carcassa ferrosa di germi che prende il nome di lavatrice), ma non serve utilizzarli tutti i giorni e per tutto. Fate la scelta giusta o, altrimenti, siete destinati allo stesso destino di Fabio Volo.
martedì 30 maggio 2017
Book #7: Ragazzi di vita
Mi fa tanto ridere ricordare me 16enne che affermare di adorare Pasolini solo perché avevo visto Comizi d'amore e perché avevo studiato la sua poetica su un'antologia. Poi, dopo aver visto La Trilogia della Vita e, soprattutto, Salò, o le 120 giornate di Sodoma qualcosa cambiò. Il solo sentire parlare di Pasolini mi metteva addosso un'angoscia indescrivibile, e quando mi regalarono Ragazzi di Vita mi venne un magone assurdo. Mi rifiutai proprio di leggerlo. Poi però la vita te lo schiaffa in faccia e non puoi fare a meno di prenderlo in considerazione ("vita" = un esame di letteratura italiana da cui non puoi scappare). E così, da studentessa fuori sede a Roma, ho iniziato a leggerlo. Noiosissimo, pensavo. Poi però, con mia grandissima soddisfazione, sono riuscita a finirlo.
Ragazzi di vita è un libro difficile e a tratti noioso, non lo nego. Mi spiego: difficile perché non è un romanzo vero e proprio, ma più un saggio sulla difficile esistenza di quelli che furono i borgatari romani del dopoguerra. I ragazzi di vita di Pasolini sono figli di quel sottoproletariato analfabeta ma vivo fino al midollo, destinato ad estinguersi nell'Italia del boom economico. Noioso perché certi capitoli sembrano infiniti e il fatto che non si riesca ad empatizzare con i personaggi non aiuta. Infatti, in questo libro-inchiesta quasi tutti i personaggi sono delle comparse; anche Riccetto, ragazzetto grazie al quale viviamo le varie scorribande per le strade romane, appare come un protagonista sui generis. Occorre sottolineare che nel romanzo di Pasolini manca la dimensione psicologica dei personaggi; quello che conosciamo di loro è soltanto la loro cruda carnalità. Fu proprio la descrizione di questa carnalità che portò lo stesso Pasolini e il suo editore, Garzanti, dritti in tribunale accusati di oltraggio al pudore. L'Italia benpensante del '55, anno in cui il romanzo fu pubblicato, non era pronta a leggere di ragazzini che si prostituivano per racimolare qualche soldo, speso poi nuovamente a prostitute. Lasciatemi dire che il sottoproletariato di Pasolini fotte e si lascia fottere, ripetutamente e in tutti i sensi. Mi lasciava perplessa il modo in cui questi ragazzetti derubavano e si facevano derubare; soffrivano, ma non si tiravano indietro se c'era da far soffrire.
Sullo sfondo di questo mondo sporco e infame, c'è la Roma che cantava Claudio Villa e Mario Merola, in piena ricostruzione dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Una Roma descritta nei minimi particolari (anche se non so se effettivamente il saggio si fonda poi con la narrazione fittizia) e fatta di quartieri che suonano familiari a chiunque conosca Roma: Monteverde, Tiburtino, Pietralata... Una Roma che parla romano, ma anche qui, un romano ricostruito in maniera quasi filologica che i romani stessi non riconoscono (credetemi, ho chiesto).
Insomma, ne vale la pena? Sì, non è una lettura da ombrellone, mi rendo conto. Ma sforzare un po' le meningi non può che far bene.
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venerdì 12 maggio 2017
Movie #27: Pieles, 2017
Purtroppo (o per fortuna) seguo ormai da tempo un canale Youtube destinato a un solo pubblico dallo stomaco forte (e non troppo bigotto, per carità) che risponde all'esotico nome di Shivaproduzioni. Questi carissimi ragazzi non fanno altro che farmi capire quanto io faccia schifo come essere umano. Ma andiamo con ordine. Proprio grazie a loro, ho scoperto Pieles (Skins, 2017), primo lungometraggio del giovane cineasta spagnolo Edoardo Casanova.
QUESTO FILM FA SCHIFO. E da qui mi spiego: indubbiamente è un film di cattivo gusto (una ragazza con un ano al posto della bocca non è sicuramente il massimo), ma è di un bel cattivo gusto. Voglio dire, non è un cattivo gusto fatto a caso, anzi, ha la sua estetica fatta di bellissimi colori pastello che circondano un mondo di persone con delle "devianze" sia fisiche che psicologiche. Il film è un intreccio di storie diverse, ma allo stesso tempo tutte intrecciate che, perdonatemi, non vi racconto; dovete beccarvi tutto dritto in faccia, senza spoiler di nessun tipo.
Questo film è pura follia a suon di opera. E mi è piaciuto: sì ragazzi, mi è piaciuto, mi ha fatta sorridere, emozionare e quasi vomitare. Secondo me è stupido però cercarci per forza una morale, che probabilmente sarebbe la banalissima "non importa che tu abbia un ano in faccia o sia un pedofilo, troverai comunque il tuo posto nel mondo". Per me è da vedersi come puro delirio estetico di un 26enne a cui piace coprire la merda coi glitter,
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domenica 7 maggio 2017
Places #1: Il roseto comunale di Roma
A Roma esiste un posto incantato. Nei pressi della stazione metro Circo Massimo, precisamente in Via di Valle Murcia, rose di ogni tipo si fanno ammirare da visitatori estasiati (e non esagero!) che si ritrovano immersi in un'atmosfera fiabesca. Questo posto è il roseto comunale di Roma, che per un breve periodo (tra gli ultimi di aprile e inizi di giugno) è aperto al pubblico, nel clou delle sua fioritura.
Io personalmente, adoro le rose. Credo che, insieme ai tulipani (che non so per quale motivo siano diventati mainstream, ma vabbe'), siano dei fiori meravigliosi. Inoltre, essere nata a maggio mi fa pensare che questo fiore mi appartenga in qualche modo di diritto. Sin da piccola ho pensato che la rosa fosse il mio fiore. Un ego piccolo piccolo insomma!
Insomma, se vi trovate a passare da Roma in questo periodo, vi consiglio di farci un salto.
Piccola curiosità: sapete perché la rosa canina ha assunto questo nome?
Pare che ai tempi degli antichi romani il decotto ricavato dalle sue radici venisse usato per curare la rabbia (idrofobia).
Ecco alcune delle foto più belle!
Se volete vedere le altre, visitate la mia pagina Facebook, che a differenza di blogger mi permette di fare una galleria 😠
https://www.facebook.com/bionicgirlblog/
Buon mese delle rose a tutti!
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lunedì 24 aprile 2017
Book #6: Il sentiero dei nidi di ragno
Considerando il periodo, vorrei consigliarvi un libro a tema Resistenza: il famosissimo Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Sì, sto per compiere 23 anni e non avevo mai letto questo libro fino a pochi giorni fa. Non so perché (o forse effettivamente potrei saperlo), Calvino non mi ha mai attirato come scrittore, ma con questo libro mi sono ricreduta.
Attraverso gli occhi del piccolo ma disilluso Pin, riviviamo nella Liguria della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza. Pin è un orfano che sembra non trovare il suo posto nel mondo: deriso dai grandi ed evitato dai suoi coetanei, egli vive con la sorella prostituta, avvezza a soddisfare i bisogni dei fascisti. Un giorno però, la vita del piccolo Pin cambia, e nel suo meschino quotidiano si infiltra la realtà della Resistenza, fatta di uomini, donne e, perché no, anche di ragazzini. Grazie a questa avventura, incontra Cugino, una sorta di gigante buono che sembra capirlo, e soprattutto, non deluderlo mai, neanche alla fine.
Pin ci mostra, attraverso il suo occhio critico, il bizzarro mondo degli adulti: intorpiditi e istupiditi dall'alcol e dal sesso, essi mancano di coerenza e di lealtà. Un romanzo duro, soprattutto nei confronti delle donne (i due personaggi femminili principali sono la sorella di Pin, una prostituta, e Giglia, un'adultera), ma che nonostante la sua palese misoginia, affascina e commuove.
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giovedì 13 aprile 2017
Netflix is love, Netflix is life #4: 13 Reasons Why (Tredici)
Avevo sentito parlare di questa serie: un giorno, lessi un post dove una ragazza la definiva scioccante e incredibilmente intensa. Sempre su Facebook, notai che una ragazza aveva firmato una petizione nella quale si chiedeva che fosse mostrata in tutte le scuole. La curiosità era tanta, per cui ho divorato 13 Reasons Why a bocconi pieni.
Sicuramente aveva ragione la ragazza del primo post, è una serie intensa. Ma allo stesso tempo, questo teen-drama (tratto da un romanzo di Jay Asher) è davvero avvincente. Ogni singolo personaggio viene presentato in ogni sua sfaccettatura, col risultato, forse azzardato, che lo spettatore finisce per non odiare tutti i carnefici, che a loro volta si dimostreranno anche vittime ( più o meno consapevoli).
Trama in breve: una ragazza, Hannah, si suicida, ma prima di farlo lascia 7 audiocassette in cui spiega i 13 motivi (o persone) che l' hanno spinta a compiere l'estremo gesto. Lo spettatore le ascolta tutte attraverso Clay, ragazzo con cui Hannah sembra aver avuto un rapporto speciale. Anche lui ragazzo "diverso" che, come la stessa Hannah, riesce a fatica ad integrarsi con gli altri suoi coetanei.
Detta così, sembrerebbe una storia abbastanza banale e, forse, lo è. Ciò che non è banale è il modo in cui la viviamo: una ricostruzione vivida della crudeltà che ci circonda. A chi non è mai capitato di scoprire la falsità della gente e rimanere di stucco di fronte all'orrenda maschera che sappiamo costruirci ogni giorno pur di sopravvivere in questa giungla che è la nostra società? Gelosia, egoismo e maschilismo tengono le redini di ogni relazione sociale e chi non si attiene alle loro leggi rischia di sopperire. Certo, tutta la serie improbabile di sfortunati eventi che accadono a Hannah sembra un po' esasperata e poco credibile (scusate, ma ad una certa non c'è l'ho fatta... Vengono trattati dei temi davvero seri, ma alcuni toccano il ridicolo!), ma la serie merita di essere vista per due ottimi motivi: il primo è che è un ottimo esempio di sensibilizzazione verso tutti i problemi legati al bullismo, il secondo è che sa tenere attaccati allo schermo.
Promossa a pieni voti.
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lunedì 10 aprile 2017
Games #1: Resident Evil 7
Recentemente ho avuto l'onore e il privilegio (non so se traspare abbastanza il sarcasmo, per cui vi confermo che sì, sono totalmente sarcastica) di giocare al nuovo capitolo di Resident Evil. Che dire, per me che sono una grande fan di Resident Evil 2 (gioco che, aimé, non sono riuscita a finire), giocare a un Resident Evil senza zombies ( o perlomeno, senza classici zombies) è stata un po' dura. Nonostante ciò, posso decisamente consigliarlo. Sì, fa cagare in mano. Sì, la grafica è così realistica da ferirvi l'anima e da farvi odiare la CAPCOM, ma la storia è bellissima. Resident Evil 7: biohazard è l'horror che da tempo manca nelle sale cinematografiche, ma che per fortuna sopravvive nei videogiochi.
Piccolo accenno senza spoiler alla trama: il gameplay inizia con il protagonista, Ethan, che per cercare la sua brutta ragazza, Mia, da tempo dispersa, finisce in una strana casa, abitata da una famiglia di veri squilibrati. Sopravvivere a questa spaventosa avventura, non sarà affatto facile...
Bello tutto, dalla trama alla colonna sonora, Resident Evil 7 è assolutamente da non perdere ( a meno che non siate malati di cuore).
Ps. Sulla mia pagina Facebook ci dovrebbe essere il link di qualche mia live su Twitch! Se siete curiosi, non dovete far altro che darci un'occhiata!
https://www.facebook.com/bionicgirlblog/
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martedì 28 marzo 2017
Netflix is love, Netflix is life #3: Paris Is Burning
Amo il mondo del Drag. Ricordo di aver fatto per la prima volta i conti con una Drag Queen una sera, durante i miei primi anni da fuorisede in un famoso locale gay di Roma: niente di che purtroppo. Anzi, rimasi abbastanza delusa dal fatto che quello strano personaggio sembrasse una donna brutta, sciatta e mascolina. Una caricatura mal riuscita. Col tempo ho capito che una Drag di serie B non può fortunatamente rappresentare una categoria di artiste. Divertenti, spiritose e bellissime, le Drag Queen sono delle dive che spesso dietro ai sorrisi e ai quintali di trucco nascondono tanto dolore. Paris Is Burning è un documentario del 1990 che mostra ogni lato del Drag: dalle paillettes ad una vita di violenza e discriminazione, dalle luci della ribalta ad una lurida stanza di un motel. Adoro l'atmosfera dei balli della comunità LGBT di New York di fine anni '90, adoro il vogueing (finalmente ho capito fino in fondo il senso di Vogue di Madonna) e adoro il fatto che il documentario spieghi perfettamente il gergo del Drag. Ho già detto che l'adoro?
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