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mercoledì 8 agosto 2018

Blacksummer #1: Americanah - Chimamanda Ngozi Adichie





Per chi non mi seguisse ancora su Instagram (ma si può sapere che aspettate??), data la situazione politica e culturale del nostro Bel Paese, avevo pensato di far partire l'iniziativa #blacksummer, per cui mi impegnavo a leggere libri di scrittori neri e a condividerli con la community, chiedendo di aderire all'iniziativa e di far girare i libri letti . Inutile dire che non mi si è filato nessuno😑😒. Ad ogni modo però, ho cercato di mantenere la promessa con me stessa e finalmente sono riuscita a finire uno degli almeno 50 libri iniziati. 

Americanah è un romanzo pubblicato nel 2013 dall'autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nota per il suo celebre discorso We should all be feminists. 
Nel romanzo, come potete ben capire dal titolo si parla di America. Meno intuibile è che si parli di integrazione. La protagonista, Ifemelu, è una giovane e promettente nigeriana costretta ad emigrare verso gli Stati Uniti per concludere i suoi studi, cosa impossibile nel suo paese sotto regime militare. Trasferendosi getterà alle sue spalle non solo la Nigeria, ma anche il suo primo amore, Obinze, la sua famiglia, la sua identità nazionale e personale. Ifemelu si accorgerà di quanto possa essere difficile essere una donna africana in un paese fuori dal proprio continente e conoscerà la crudeltà del pregiudizio. Attraverso il suo blog Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una nera non americana descriverà il rapporto tra la società multietnica per eccellenza, quella americana, e i neri, che siano essi Afro-americani, Africani o Caraibici. 
Chimamanda ci guiderà attraverso la Nigeria post-coloniale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti pre-Obama descrivendo a tinte forti che cosa voglia dire essere degli immigrati discriminati a priori per il colore della pelle.
Penso che Americanah sia un romanzo indubbiamente attuale. In Italia dovremmo leggerlo per riscoprire cosa effettivamente significhi emigrare dato che, a quanto pare, l'abbiamo dimenticato. La scrittrice nigeriana narra l'abbandono del proprio paese per mancanza di altre scelte e la perdita della propria essenza per cercare di adattarsi e di farsi accettare dalla società di arrivo, la stessa società a cui appartenevano i colonizzatori che hanno impoverito a tal punto il proprio paese. Inoltre, si esplora il mondo di una donna nera con tutte le sue problematiche sociali, influenzate da anni di proclamata superiorità razziale degli europei: dalla stiratura chimica sui capelli Afro, fino allo sbiancamento della pelle e le loro terribili conseguenze. Credo sia uno di quei libri da leggere per imparare qualcosa su una realtà che non siamo portati a conoscere, ma anzi a scartare a priori. Siamo sempre portati a leggere e a vedere l'Africa attraverso gli occhi degli europei. Per una volta non sarebbe male leggere dall'Africa descritta dai propri legittimi figli. Americanah è un bel romanzo di critica e analisi sociale, oltre che un bellissimo dipinto di un'intensa storia d'amore.

lunedì 18 giugno 2018

Book #13: Mattatoio n° 5


Le sinossi sul retro dei libri possono essere ingannevoli.
Per esempio, dalla sinossi posta sul retro di Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut mi aspettavo un libro diverso. Il romanzo è senza dubbio grottesco, ma non c'è niente che mi abbia fatto ridere come l'aggettivo "semiserio" sembrava suggerire nella famosa sinossi. Al massimo, mi ha strappato qualche sorriso amaro.
Quello che io ho estrapolato da poco meno di 200 pagine è che Mattatoio n°5 è un romanzo sugli effetti che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto sulle effimere e spesso ridicole esistenze di chi l'ha vissuta. Il protagonista, Billy Pilgrim è l'emblema dell'uomo qualunque, dalla vita a tratti quasi fantozziana; un individuo che sopporta i soprusi a colpi di "Così va la vita", finché la sua rassegnazione non si traduce in follia allucinatoria. Secondo me il romanzo non è affatto fantastico: è una storia reale che descrive a tinte forti gli effetti disastrosi delle ferite che la guerra lascia sui corpi, ma soprattutto nella psiche, di chi ne ha avuto esperienza, di qualsiasi nazionalità egli o ella sia. Non aspettatevi neanche una qualche forma di catarsi: un pessimismo straziante pervade tutto il libro; la guerra è terribile, ma è necessaria, c'è sempre stata e sempre ci sarà. Non per nulla lo stesso Billy, così indelebilmente segnato dalla guerra, è responsabile della nascita di un futuro Berretto Verde che metterà a ferro e fuoco il Vietnam.
Dal punta di vista formale, è incredibile come Vonnegut riesca a costruire un romanzo dalla struttura a scatole cinesi: dalla cornice iniziale autobiografica si sviluppa il romanzo con protagonista Billy, caratterizzato da viaggi nel tempo e nello spazio, esperienze che altro non sono che il frutto della lettura dei romanzi di fantascienza di Kilogore Trout. Un'intersezione di piani narrativi e temporali che possono disturbare il lettore, ma che personalmente ho trovato ben gestiti.
Per concludere, Vonnegut riesce a parlare in modo incredibilmente originale di guerra e del disturbo da stress post-traumatico. Numerosi sono i rimandi culturali, storici, religiosi. Insomma, Mattatoio n°5 non è un libro che può essere ridotto a una breve recensione o a una sinossi. E' per questo che è un libro da leggere assolutamente.

giovedì 7 giugno 2018

Book #12: L'arte della Gioia


-"Sai, vorrei comprare un libro di cui tutti parlano, ma non riesco a capire di  che cosa si tratti esattamente."
- "Uhm, come si intitola?"
-"L'Arte della Gioia"
-"Uhm, questi minestroni banali sulla gioia e la positività mi danno la nausea..."
Dialogo tra me e una collega cinica

L'arte della Gioia non è un romanzo per tutti. Ne sentii parlare qualche tempo fa, ma di questa opera sapevo per certo solo che era di stampo femminista, nient'altro. Eppure la copertina mi attirava così tanto! Quello sfondo completamente bianco, la figura di una donna sdraiata, il titolo scritto in fucsia che contrasta con la sobrietà del resto. Ora posso dire che la copertina è la rappresentazione visiva dell'opera di Goliarda: il coraggio e l'audacia dei temi trattati cozza con la sua dolce ed evocativa prosa dei sensi.  È un libro che non si può odiare o abbandonare del tutto; per quanto si provi a sfuggirgli, ritorna ad esercitare un forte ascendente su di noi, seducendoci maliziosamente dallo scaffale.
Non nascondo che all'inizio però l'ho odiato e come. Per me era un concentrato d'odio e di immoralità, di azioni e pensieri spregevoli di una donna, anzi peggio, di una bambina, che scopre il sesso e l'ambizione troppo presto. Modesta (questo il nome paradossale della protagonista) è un essere vorace, una Superdonna che impariamo a conoscere pagina dopo pagina: bambina povera e abusata, grazie all'ingegno e all'inganno riesce in una scalata sociale impensabile per una donna nata nella Sicilia del primo Novecento. Modesta utilizza ogni mezzo in proprio possesso per ottenere ciò a cui aspira, non disdegnando neppure l'idea di uccidere. Un personaggio malefico e immorale, dai tratti quasi demoniaci. Eppure ancora non la odio. E' come se dalla prima parte alla quarta Modesta subisca un processo d'espiazione dei suoi peccati: anche lei subisce il dolore della perdita, conosce la paura, la malattia. Con lo scorrere dei capitoli, Modesta assume sembianze umane che contribuiscono a renderla un'intramontabile eroina femminile.
Il romanzo, come la vita di Modesta e Goliarda, ha un destino travagliato: rifiutato più e più volte dagli editori italiani, ottiene il riconoscimento che gli spetta grazie all'edizione francese e tedesca. Del resto non c'è da stupirsi: troppo difficile per l'editoria italiana degli anni '70 accettare la pubblicazione di romanzi con tematiche spinose come l'aborto, la disabilità, l'omosessualità e la promiscuità sessuale femminile, l'emancipazione e il comunismo. L'Arte della Gioia non è un libro banale.
La seconda protagonista al fianco di Modesta è l'Italia del secolo scorso, in particolare la Sicilia, con i suoi paesaggi aspri ma che sanno di casa, la Sicilia della questione meridionale e del dopoguerra... La mia collega si sbagliava. Se si riescono a digerire i primi capitoli, come della rosa si sopportano le spine, vi si aprirà un romanzo di rara bellezza, tenendo sempre ben in mente una cosa: è il leggere e il conoscere punti di vista diversi dai nostri che aiutano ad aprire la mente. Dubitate dei libri che non vi sconvolgono.

martedì 26 dicembre 2017

Book #10: Si Stava Meglio


Si Stava Meglio è il primo libro di Claudio Di Biagio, ex youtuber di successo, adesso regista, sceneggiatore e creativo. Il sottotitolo, In viaggio con mia nonna lungo un secolo di storia italiana indica l'obiettivo che il giovane scrittore si è posto: raccontare attraverso gli occhi di quattro personaggi (sua nonna Lea, Anna Maria Mori, Giorgio Michetti e Anna Mazzola) circa 100 anni di storia del nostro paese. Ma ci è riuscito?

"Conosco" Claudio sin dal suo esordio su Youtube. Ero veramente una piccola bimbaminchia allora, esattamente come questo trentenne che ad oggi ha scritto un libro e ha fatto chissà quante altre cose che non sto qui a raccontare. Questo è il primo libro scritto da un (ex) youtuber che ho acquistato, ma per Claudio questo ed altro. Il fatto è che Claudio è uno dei pochi youtuber che è cresciuto insieme al suo pubblico rimanendo sempre coerente con se stesso. Una cosa non da poco direi.

Si Stava Meglio è esattamente la quinta essenza di Claudio Di Biagio: una sorta di sceneggiatura adattata a un romanzo, e liberamente ispirata al film Big Fish di Tim Burton. Su quali basi dico questo? 27 settembre 2013: esce il primo #ilmiocinema proprio su Big Fish. Vi consiglio di andarlo a vedere dopo aver letto il libro, così capirete di cosa parlo. Se farete come vi consiglio, una frase detta da Claudio proprio all'inizio del video vi colpirà: "Tutto dipende da come tu decidi di raccontare quella storia",
26 settembre 2017: esce Si Stava Meglio. Prefazione: "La cosa importante delle storie è come vengono raccontate". Sin da subito quindi, ci troviamo di fronte a uno dei temi cardine del romanzo: non è importante che le storie che si raccontano siano vere o finte, Claudio non è uno storico. L'importante per lui è come vengono raccontate, con l'unico obiettivo di suscitare delle emozioni in colui che le ascolta e in chi le ricorda. Ed è proprio questo che Claudio fa: intervista quattro persone reali, ma le loro storie, la sua storia, di cui anche lui si rende protagonista insieme alla nonna, non sono del tutto reali. Come egli stesso ha affermato, il suo romanzo è intriso di un forte realismo magico. Così, il trentenne Claudio parte per un viaggio con sua nonna Lea che attraversa Roma nello spazio e nel tempo. Durante questo viaggio, Claudio pone alla nonna più gagliarda d'Italia sei significative domande: Perché i matrimoni finiscono?; Chi è il cattivo?; Esisteva lo stress?; Che cos'è l'ambizione?; Cosa sopravvive all'uomo?; E il sesso?. A cercare di rispondere a queste domande non sarà solo sua nonna, ma anche Anna Maria Mori, giornalista e scrittrice italiana di origine istriana; Anna Mazzola, nuotatrice che nel 1957 è stata la prima donna italiana a vincere la Capri-Napoli e Giorgio Michetti, pittore.

Questo romanzo è un libro multimediale. Impossibile infatti goderne appieno se non si ha vicino qualsiasi device su cui ascoltare le canzoni che Claudio sceglie come colonna sonora della sua storia. Del resto, che cosa ci si poteva aspettare da un regista? E forse proprio questo tocca ricordare quando si legge questo romanzo: tenete sempre presente che è un film per iscritto. Lo stesso autore lo sottolinea nel CAPITOLO 0, Epifania; "Sento il bisogno di scriverlo, di metterlo nero su bianco visto che i soldi per farci un film non ce li ho." E se bisogna trovare per forza dei difetti, il problema è proprio questo: l'idea è buonissima, ma non rende al meglio su carta. La fine del romanzo non mi ha del tutto convinta e una sentenza, forse un po' cattiva, si è stampata sulle ultime pagine bianche del libro: Claudio parla meglio di come scrive. L'approccio troppo colloquiale, una scrittura a volte troppo nervosa e sconnessa rendono difficile godersi la lettura. Con questo non voglio dire che questo romanzo è spazzatura, per carità, ma neanche il prossimo vincitore del premio Strega. Siamo lontani dalla grande letteratura, ma non per questo bisogna sminuire il valore di questa opera. Quello che forse disturba, è il grande, grossissimo debito che il romanzo deve a Big Fish di Tim Burton: l'idea dietro a questo libro non è del tutto originale, anzi. La forte presenza dell'acqua, il grande pesce che nuota sotto Anna Mazzola durante la Capri-Napoli, l'idea che non è importante la storia in sè, ma come viene raccontata vengono tutte dal film di Tim Burton, il film preferito di Claudio. Ecco, fossi stata in te caro Claudio, nei ringraziamenti avrei ringraziato anche il buon Tim e Daniel Wallace, dal cui romanzo è tratto il film.

Ma insomma, Claudio di Biagio è riuscito a farci viaggiare attraverso 100 anni di storia italiana? Beh, sicuramente si è perso dei pezzi, ma se non ha coperto 100 anni della nostra storia è riuscito nel suo vero intento: far emozionare ricordando. Originale o meno, Si Stava Meglio emoziona con semplicità, la stessa semplicità delle risposte schiette di Nonna Lea. E senza troppi giri di parole: grazie Claudio per aver dimostrato che le etichette sono solo degli stupidi limiti superabilissimi. Da youtuber cazzaro a regista serio che vuol raccontare storie? Si può. Lo consiglio? Assolutamente sì. Nonostante il finale aperto non mi convinca, il resto del libro è un gioiellino ricco di riflessioni e consigli di vita.
VOTO: 7/10

giovedì 2 novembre 2017

Book #9: Il grande mare dei Sargassi


Anni fa lessi il famosissimo Jean Eyre di Charlotte Brontë e lo trovai un romanzo straordinariamente femminista: una giovane eroina emancipata e intelligente riusciva a coronare il suo sogno d'amore nonostante mille peripezie. Poco caso feci, invece, alla storia incredibile di un personaggio secondario, anch'esso femminile e antagonista di Jane. Il personaggio di cui parlo è quello di Bertha Mason, la moglie matta del Signor Rochester, rinchiusa nella soffitta di Thornfield Hall e che appiccherà il fuoco che la ucciderà e che mutilerà il marito. Poco si sa di lei, se non che è totalmente pazza, che il marito l'ha sposata per accontentare il padre e perché inconsapevole della sua storia familiare e che è creola; il tutto raccontato dal marito stesso. Ma cosa avrebbe raccontato di sé e della sua famiglia Bertha, se avesse potuto parlare? A darle possibilità di riscatto sarà una scrittrice di origini caraibiche come lei, Jean Rhys, attraverso il suo romanzo Il grande mare dei Sargassi del 1966, pubblicato ben 119 anni dopo la versione della Brontë.

TRAMA
Il romanzo della Rhys è una sorta di prequel di Jane Eyre diviso in 3 parti dove Bertha, il cui vero nome è Antoinette, racconta la sua difficile vita, dall'infanzia a dopo il matrimonio col Signor Rochester. La narrazione inizia dopo lo Slavery Abolition Act del 1833  in Jamaica, dove la famiglia di Antoinette, i Cosway, non se la passa molto bene, dovendo la propria fortuna alla tratta degli schiavi. I nativi mal sopportano la famiglia, ma tralasciando piccoli dispetti, non minacciano di compiere azione repressive contro di loro, contenti della disgrazia economica che li ha colpiti. A impaurirli è però anche il fatto che al servizio della famiglia siano rimasti dei vecchi servitori neri, tra cui Christophine, che i locali temono perché esperta di obeah. La situazione però degenera quando Annette, la madre di Antoinette, sposa un ricco inglese, il Signor Mason. Vedendo la tanto odiata famiglia Cosway ritornare ai loro agi da ricchi schiavisti, gli abitanti dell'isola decidono di incendiare la loro casa. Purtroppo nel rogo, il fratellino disabile di Antoinette, perde la vita e questo scatena la follia di Annette. Dopo l'avvenimento, la vita di Antoinette non sarà più la stessa, e la ragazzina verrà perseguitata perché creduta pazza come la madre. Finalmente, qualcosa sembra cambiare quando sposa un giovane ragazzo inglese di cui si innamora follemente, ma che tuttavia tradisce con Sandi, il proprio cugino. Suo marito verrà però informato dei tradimenti e della sua presunta follia dal proprio fratellastro, Daniel. Da qui, l'odio del marito (che non viene mai nominato come Signor Rochester, ma rimane anonimo) cresce a dismisura, finché Antoinette chiede aiuto a Christophine che le consiglia di fuggire e di rifarsi una vita. Antoinette, ormai trasformata in Bertha, non accetta subito questo consiglio, e chiede a Christophine di lanciare un incantesimo sul marito, in modo che possa ritornare ad amarla. L'incantesimo di Christophine sembra funzionare, ma dopo una notte di passione, il giovane marito capisce con quali mezzi la moglie ha cercato di legarlo a sé e decide di non toccare mai più Antoinette e di portarla con sé in Inghilterra, rifiutando la proposta di Christophine, che vorrebbe aiutarla a guarire e a rifarsi una vita. Nel frattempo, Antoinette, come rimasta vittima dello stesso incantesimo da lei richiesto, si strugge di passione e per combattere il dolore, inizia a bere. Il romanzo finisce con un intenso stream of conscioussness, in cui Bertha ripercorre l'ultimo periodo in cui è rimasta chiusa nella soffitta. Dopo, si ucciderà.

ANALISI
Quando penso a questo romanzo, non posso fare a meno di pensare alla sua circolarità e di come il fuoco ne sia il simbolo centrale. Nella prima parte del libro, gli isolani incendiano la casa dei Cosway, simbolo della loro schiavitù. Mentre la casa è in fiamme, il pappagallo di Annette cerca disperatamente di spiccare il volo per salvarsi, ma avendo le ali mozzate fallisce e cade rovinosamente al suolo, morendo lentamente. Come raccontato nel romanzo, secondo gli isolani uccidere un pappagallo o vederlo morire porta terribilmente sfortuna. Antoinette, divenuta poi Bertha per decisione del marito che si ostina a chiamarla così, condivide il triste destino del pappagallino, ma agisce con lo stesso odio degli isolani: incendia la casa che la rende schiava, ma così facendo, perde la vita lanciandosi nel vuoto, forse non per uccidersi, ma per salvarsi.
La storia viene narrata attraverso due punti di vista: infatti a narrare la vicenda non è solo Antoinette, ma anche il suo anonimo marito, che spiega come abbia sposato questa donna a lui sconosciuta solo per la sua bellezza e il suo denaro. Essendo stato ingannato e tradito, l'uomo decide di non perdonare la moglie, vendicandosi nel peggiore dei modi, rinchiudendo Bertha/Antoinette in una soffitta. Mi verrebbe da pensare che forse Jane Eyre non sia esattamente un romanzo a lieto fine se la nostra eroina ha sposato un uomo così crudele.

VOTO: 9/10

domenica 24 settembre 2017

Book #8: Il deserto del sesso


Ultimamente ho fatto incetta di libri di scrittori calabresi. E' strano come dopo anni e anni di scuola dell'obbligo e università, un giorno realizzi quanto poco la tua regione sia rappresentata nella storia della letteratura italiana; inoltre, da quando ho lasciato la mia terra natia, mi sono accorta di quanto diverso sia, nonostante siamo tutti italiani, il nostro popolo da regione a regione.
Ho deciso di iniziare il mio studio sulle mie radici culturali con un libro parecchio interessante, che però poco ha a che vedere col meridione, in quanto ambientato nella Lombardia fascista, ma comunque scritto da un grande scrittore calabrese, Leonida Répaci. Il libro in questione è Il deserto del sesso, pubblicato nel 1956. Come si può intuire dal titolo, il tema centrale è il sesso: il sesso come malattia, il sesso che brucia e consuma. La protagonista del libro è Ignazia, una donna ormai verso il viale del tramonto, che si innamora follemente di Massimo, il cognato, provando un amore folle che la spingerà perfino a sacrificare la vita di ogni sua possibile rivale.
Il libro, che inizialmente non mi aveva entusiasmata per una scrittura forse troppo secca e semplice, si trasforma mentre lo si legge; i personaggi di Ignazia e di Massimo sono ben approfonditi psicologicamente; soprattutto Ignazia e il suo dramma interiore sono descritti così vividamente da non riuscire a condannare completamente una donna sì crudele, ma che prima di essere carnefice è stata vittima. Ignazia è una donna brutta, da sempre rifiutata, perfino dal marito e che, dietro un'apparenza dura e distaccata, nasconde un incredibile e logorante bisogno d'amore. Le descrizioni degli atti sessuali sono poetiche e metaforiche, a volte troppo da romanzetto rosa, ma niente di insopportabile o troppo banale. Ovviamente, ai tempi della sua pubblicazione il testo fece parecchio scalpore e fu vittima della censura. Del resto, a essere scandaloso nel romanzo non è il sesso in se, ma tutto ciò intorno a cui gravita: fascismo, omosessualità. fascisti omosessuali, tradimenti e istinti omicidi e suicidi. Non un capolavoro, lo ammetto, ma un libro comunque ben scritto e magnetico.
VOTO: 7.5/10

martedì 30 maggio 2017

Book #7: Ragazzi di vita


Mi fa tanto ridere ricordare me 16enne che affermare di adorare Pasolini solo perché avevo visto Comizi d'amore e perché avevo studiato la sua poetica su un'antologia. Poi, dopo aver visto La Trilogia della Vita e, soprattutto, Salò, o le 120 giornate di Sodoma qualcosa cambiò. Il solo sentire parlare di Pasolini mi metteva addosso un'angoscia indescrivibile, e quando mi regalarono Ragazzi di Vita mi venne un magone assurdo. Mi rifiutai proprio di leggerlo. Poi però la vita te lo schiaffa in faccia e non puoi fare a meno di prenderlo in considerazione ("vita" = un esame di letteratura italiana da cui non puoi scappare). E così, da studentessa fuori sede a Roma, ho iniziato a leggerlo. Noiosissimo, pensavo. Poi però, con mia grandissima soddisfazione, sono riuscita a finirlo.

Ragazzi di vita è un libro difficile e a tratti noioso, non lo nego. Mi spiego: difficile perché non è un romanzo vero e proprio, ma più un saggio sulla difficile esistenza di quelli che furono i borgatari romani del dopoguerra. I ragazzi di vita di Pasolini sono figli di quel sottoproletariato analfabeta ma vivo fino al midollo, destinato ad estinguersi nell'Italia del boom economico. Noioso perché certi capitoli sembrano infiniti e il fatto che non si riesca ad empatizzare con i personaggi non aiuta. Infatti, in questo libro-inchiesta quasi tutti i personaggi sono delle comparse; anche Riccetto, ragazzetto grazie al quale viviamo le varie scorribande per le strade romane, appare come un protagonista sui generis. Occorre sottolineare che nel romanzo di Pasolini manca la dimensione psicologica dei personaggi; quello che conosciamo di loro è soltanto la loro cruda carnalità.  Fu proprio la descrizione di questa carnalità che portò lo stesso Pasolini e il suo editore, Garzanti, dritti in tribunale accusati di oltraggio al pudore. L'Italia benpensante del '55, anno in cui il romanzo fu pubblicato, non era pronta a leggere di ragazzini che si prostituivano per racimolare qualche soldo, speso poi nuovamente a prostitute. Lasciatemi dire che il sottoproletariato di Pasolini fotte e si lascia fottere, ripetutamente e in tutti i sensi. Mi lasciava perplessa il modo in cui questi ragazzetti derubavano e si facevano derubare; soffrivano, ma non si tiravano indietro se c'era da far soffrire.
Sullo sfondo di questo mondo sporco e infame, c'è la Roma che cantava Claudio Villa e Mario Merola, in piena ricostruzione dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Una Roma descritta nei minimi particolari (anche se non so se effettivamente il saggio si fonda poi con la narrazione fittizia) e fatta di quartieri che suonano familiari a chiunque conosca Roma: Monteverde, Tiburtino, Pietralata... Una Roma che parla romano, ma anche qui, un romano ricostruito in maniera quasi filologica che i romani stessi non riconoscono (credetemi, ho chiesto).
Insomma, ne vale la pena? Sì, non è una lettura da ombrellone, mi rendo conto. Ma sforzare un po' le meningi non può che far bene.

martedì 24 gennaio 2017

Book #4: Dalla Parte Delle Bambine


Dalla parte delle bambine è un saggio illuminante pubblicato nel 1973, scritto da Elena Gianini Belotti, esperta nell'assistenza all'infanzia. Perché illuminante? Perché fa aprire gli occhi sul fatto che se oggi siamo quello che siamo (soprattutto noi donne), dobbiamo ringraziare la società che sin dalla tenera età ci ha plasmato in un certo modo: docili, paurose e pronte a tradire noi stesse pur di essere scelte e gratificate.

Perché leggerlo?
Io personalmente ho deciso di leggerlo perché faccio parte di un gruppo di lettura (Pasionaria Book Club - cercatelo su Facebook) che lo consigliava insieme ad Ancora dalla parte delle bambine della Lipperini (che però non credo leggerò).
Prima di leggerlo, dovete tenere in chiaro una cosa: è un libro scritto e pubblicato negli anni '70. E' indubbio che molte idee ed esempi risultino anacronistici, ma non per questo ne sconsiglio la lettura. Così sono state cresciute le nostre madri, e di conseguenza, anche se in maniera meno restrittiva, siamo state cresciute noi. Per forza di cose, il bambino, che sia maschio o che sia femmina, dai tre anni inizia a capire a quale sesso appartiene e si identifica in primis con uno dei genitori. Va da sé che se sei una bambina, e tua madre è una frustata manico-ossessiva, in qualche modo questi tratti entreranno a far parte di te, e poi avrai bisogno di tutta una vita per liberartene. Questa è un'estremizzazione certo, ma pensate ad esempi più comuni, ovvero alla cura maniacale con cui molte delle nostre madri gestiscono la casa: deve essere sempre pulita, e se per caso dovesse venire qualcuno e trovare la casa in disordine, per loro questo banale avvenimento risulterebbe un fallimento personale, che le mortifica e le fa sentire in forte disagio. Non riescono ad andate contro ad uno schema: casa pulita= donna da gratificare, modello da invidiare; al contrario casa sporca= bestia di satana. (Ora venitemi a dire che non è così, soprattutto nel nostro paese).
Un'altra cosa che ho notato però, è che la scrittrice parte spesso prevenuta: ad esempio, ecco un passo (p.183) che mi ha fatto un po' storcere il naso (uno fra i tanti):

(...) "Cara Giovanna," rispondeva il direttore di un giornalino per bambini (...) "hai fatto una domanda molto intelligente per una bambina," esprimendo in questo modo l'opinione largamente condivisa, che le bambine, essendo generalmente cretine, non fanno domande intelligenti (...)

Intanto, cara Elena, datti una calmata. Molto più probabilmente, il direttore esprimeva l'opinione largamente condivisa (purtroppo) che i bambini siano generalmente cretini, a prescindere dal loro sesso. E questa è solo uno dei tanti esempi che mostrano quanto la scrittrice spesso estremizzi. Quindi sì, da leggere, ma prendete molte affermazioni con le pinze.

A chi lo consiglio?
Lo consiglierei o a chi si accinge ad avere dei bambini (ricordiamoci che più che un saggio femminista è prima di tutto un saggio pedagogico) o a donne di tutte le età che vogliono capire il perché di tanti loro comportamenti di auto-sabotaggio.

giovedì 31 marzo 2016

Classici #2: Maestro e Margherita


Finalmente, ho avuto il piacere di leggere questo meraviglioso libro dopo averne sentito tanto parlare. Maestro e Margherita può essere senza dubbio considerato un importante classico moderno, anche se, a mio umile avviso, non uno tra i più grandi classici di tutti i tempi. A togliere al romanzo questo primato, sono varie incongruenze fattuali della narrazione, dovute probabilmente alla sua lunga e travagliata stesura, durata ben 12 anni (1928-40). A renderlo invece unico nel suo genere è la trattazione di uno dei più ricorrenti topos letterari e non solo: la lotta tra il bene e il male. L'originalità, se ve lo steste chiedendo, sta nello sfumarne i contorni. Cosa è bene? Cosa è male? Perché a tratti Satana pare l'uomo più giusto sulla terra? Ecco, dimenticavo: il romanzo ha Satana e alcuni demoni tra i suoi protagonisti.
Ambientato in una Mosca surreale, a cavallo tra gli anni '20 e '30 del Novecento (anni della NEP), con Maestro e Margherita Bulgakov si accanisce contro l'ottusa società sovietica: la maggior parte dei personaggi incontrati vengono infatti descritti (non in maniera esplicita, ma con una forte vena ironica, tipica della satira russa alla Gogol' di Le anime morte) come dei palloni gonfiati, che le incredibili circostanze sveleranno per quello che davvero sono: individui repressi e viscidi. Questo uno dei motivi principali per il quale la censura non fece uscire il libro subito dopo la morte dell'autore (1940), ma solo 25 anni dopo, a puntate, sulla rivista "Moskva".
Altro fattore interessante è che ci troviamo di fronte a un metaromanzo: il romanzo su Ponzio Pilato del Maestro è un romanzo nel romanzo a tutti gli effetti, tanto importante da prendere interi capitoli. Il romanzo del Maestro è ambiento a Ersalaim (Gerusalemme), città santa per eccellenza che si contrappone a Mosca, l'antica terza Roma, ex baluardo della religione cristiana (seppur ortodossa), adesso atea e disincantata, scossa da inspiegabili avvenimenti surreali e catastrofici. Tanti gli elementi simbolici: dalla massoneria (si pensi al nome stesso del protagonista, Maestro) alla mitologia germanica ( riferimenti alla notte di Valpurga nel capitolo 22), impossibili da decifrare alla prima lettura (mi dispiace! Se avete altri spunti, giù nei commenti!) e diversi riferimenti al Faust di Goethe.
Un libro affascinante e misterioso, al limite della follia (non per nulla molti personaggi vengono rinchiusi in manicomio!). Anche maledetto a quanto pare, considerando che 3 attori di una bellissima serie russa (qui il link: https://www.youtube.com/watch?v=xwlu5Wz-O_0&index=1&list=PL96AA3445FC8681A3) ispirata al romanzo, sono passati a miglior vita proprio dopo aver preso parte allo sceneggiato.
Fatto curioso: ricordate la canzone di Simone Cristicchi, Ti regalerò una rosa? Ecco, dopo aver letto il libro, non avrà più lo stesso significato per voi...

Fonti:
M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Feltrinelli, 2014
http://it.rbth.com/cultura/2015/03/16/va_in_scena_il_romanzo_maledetto_35013
G. P. Piretto, Da Pietroburgo a Mosca. Le due capitali in Dostoevskij, Belyj e Bulgakov, Guerini Studio, 2013

venerdì 1 agosto 2014

Book #1: Il signore delle mosche / Lord of the Flies


" É la società che incattivisce l'uomo o é l'uomo che nasce già con una buona dose di cattiveria?"

É questa la domanda che ha tolto il sonno ai grandi pensatori, tra i più noti Rousseau e Freud. Anche William Golding ha riflettuto sull'argomento e Il Signore delle Mosche é il frutto di questa riflessione/ esperimento sociale. Dopo aver letto il libro, non vedrete più quei cari, teneri e indifesi marmocchi con gli stessi occhi. 

Il romanzo scaturisce da un piccolo esperimento che Golding, al tempo insegnante in una scuola elementare inglese, svolse: ogni insegnante sa quanto possa essere difficile tenere a bada un'orda di ragazzini, e che è conseguenza inevitabile che quei piccoli idioti (che tutti noi siamo stati), lasciati senza alcuna guida, si ammazzino senza troppi complimenti. Proprio questo fece il maestro Golding: lasciò l'aula e gli alunni a loro stessi, ovviamente osservandoli a distanza. Quello che il nostro autore notò fu che ogni possibile discussione finiva in rissa (come ogni assemblea di classe che si rispetti).
Il titolo é una metafora per indicare Satana, scelta dal grande poeta Thomas Stearns Eliot, direttore della Faber&Faber, casa editrice che pubblico l'opera nel 1954.

Il romanzo ha una carica simbolica non indifferente. Ogni personaggio possiede un significato allegorico: se Piggy rappresenta la ragione, Jack rappresenta la brutalità primordiale presente in ogni uomo. L'opera assume anche un certo valore politico: su un'isola deserta, a seguito di un disastro aereo, dei bambini, tutti maschi dai 6 ai 12 anni, si ritroveranno completamente soli e senza regole. Due leader si contenderanno il potere, Ralph e Jack. Se Ralph é il politico che chiede al popolo sacrifici per risolvere una crisi (in questo caso, il sacrificio sarà tenere acceso un fuoco notte e giorno per farsi salvare), Jack é il politico che propone una soluzione immediata ad un problema, soluzione che alle lunghe impoverirà la società, ma che il popolo preferisce perché non richiede sforzi estremi, se non il perdere la libertà e la democrazia.

Nonostante Il Signore delle Mosche non goda della stessa popolarità dei romanzi di George Orwell, é un romanzo che non dovrebbe assolutamente mancare sugli scaffali degli amanti del romanzo distopico.




" Is the society which makes the human kind evil or men were born evil themselves?"

This is the question that kept awake most of philosophers; really involved in this issue were Rousseau  and Freud, but also William Golding.  After having read the book, you will look to children with other eyes.
Lord of The Flies is the result of a social experiment. Golding was a teacher in a primary school, and every teacher knows how difficult can be looking after children: they can hurt themselves really bad! And here it comes the experiment: Golding left his pupils alone, and the result is easy to guess. As you probably got, every possible debate became a fight.

As regards the title of the work, it is a metaphor to define Lucifer. It was chosen by the great poet Thomas Sterns Eliot, director of the Faber&Faber, which published the novel in 1954.

The novel is full of allegoric elements: if Piggy stands for reason, Jack stands for brutality. Very important is also the political allegory: after a plane crash, a group of male children have to struggle to survive. Two are the most charismatic children of the group: Ralph and Jack. If Ralph represents the leader who asks to citizens some efforts to solve a social problem, Jack represents the leader who asks nothing to citizens, except for democracy and freedom.

Even if The Lord of The Flies is not as famous as George Orwell's novels, this is a book you can't miss if you are a great fan of the dystopian fiction.



sabato 8 febbraio 2014

La luna e i falò - Cesare Pavese


La luna e i falò di Cesare Pavese è un libro che mi ha colto di sorpresa. Una sera, mentre mi ritrovavo a cazzeggiare su Facebook, uno dei soliti link, pubblicato dalla solita idiota che cerca di darsi un tono utilizzando frasi e citazioni trite e ritrite, attrae la mia attenzione… Leggo. Cavolo, stavolta ci ha preso.

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti."
Cesare Pavese- La luna e i falò

Devo comprarlo, al più presto.  Lo trovo su eBay usato, arriva in pochissimo tempo e lo divoro.  E’ uno di quei libri che capita quando ne si ha il bisogno. Si parla di partenze, ricordi, amori, paesaggi, radici… Il nostro protagonista è uno strano mix tra Jay Gatsby e Ulisse, un uomo che riesce a farsi un nome dal nulla, che viaggia, lotta pur di riuscire nella vita, pur di sbattere i suoi successi in faccia a tutti coloro che lo chiamavano bastardo, e ci riesce. Ma non dimentica chi è stato, da dove viene.  E allora torna su i suoi passi e, quando torna, ad accoglierlo c’è il suo amico di sempre, un bambino zoppo e i cadaveri dei partigiani e dei repubblichini ,che dalla montagna arrivano a valle, trasportati dalle dolci acque di un fiume. Un libro allegro, direte voi. Non proprio, però ci voleva. Che la vita a volte è difficile lo sappiamo tutti, ma non tutti siamo bravi a raccontarlo come Pavese.  E poi, ultimamente, il tema del viaggio è diventato per me molto personale… ( lo so, vi ho scartavetrato i maroni!) Mi piace l'idea del paese che è tuo. è tuo e ti conosce, ed è pronto a riaccoglierti quando hai voglia di sentirti a casa. Mi ritrovo molto nel personaggio di Pavese. Detto questo, io e le mie manie di protagonismo vi salutiamo.
-Kate