venerdì 30 dicembre 2016
Quella volta in cui la Fallaci si bevve il cervello.
Piccola premessa.
Da molti anni nutro una sorta di venerazione per quella che considero l'unica e inimitabile signora del giornalismo italiano, Oriana Fallaci. Non ho letto tutti i suoi libri, ma ne ho letti tanti quanto basta per intuire che dietro quelle righe si celava una donna dal grande carisma e da una viva intelligenza. Purtroppo però, un libro in particolare mi lascia sempre sconcertata: La Rabbia e l'Orgoglio. Scritto subito dopo la caduta delle Torri gemelle, questo piccolo volume raccoglie una serie di invettive contro l'Islam e contro gli immigrati che arrivano sulle nostre coste in cerca di fortuna, che secondo la scrittrice sarebbero tutti terroristi pronti a sottomettere l'Europa. Certo, molte cose, considerando i dolorosi fatti d'attualità (vedi la strage di Berlino perpetuata da un certo Anis Amri, arrivato proprio coi barconi) suonano come una sorta di tremendo presagio, cosa che ha portato diversi lettori a rivalutare la scrittrice di cui molti prima si facevano gioco (tra tutti vedi quella odiosa smorfiosa che risponde al nome di Sabina Guzzanti), ma altre suonano come un forte invito all'odio verso il diverso, o meglio, verso tutti i musulmani che altro non sarebbero che degli ignobili e viscidissimi guerrafondai, irrispettosi delle donne e della cultura altrui. Una sola spiegazione riesco a darmi: provocazione? Cara Oriana, se questo era il tuo intento, ci sei riuscita e come. Se non lo era, preferisco comunque pensare lo fosse.
Fine premessa.
Appena letta la prefazione il mio primo pensiero è stato : "c'aveva l'occhio lungo questa qui!". E infatti, già dal 2001, la Fallaci forse meglio di chiunque altro aveva capito quali sono i pericoli della nostra epoca, un periodo di terrore senza precedenti; però poi, leggendo il romanzo, ti rendi conto di quanto avesse il dente avvelenato la mia carissima Oriana: un continuo ripetere quanto abbia sofferto, quanto abbia lottato per la patria, lei che ha fatto la guerra, lei che non aveva le scarpe, lei che ha iniziato a lavorare a 16 anni... Avete mai avuto il piacere di parlare con uno dei vostri nonni? Sì, quelli che "ai-loro-tempi-ci-si-faceva-il-mazzo!", quelli che vi raccontano sempre le solite storie. Ecco, in La Rabbia e l'Orgoglio ci troviamo ad ascoltare nonna Oriana: sempre a rivangare il suo passato, questo libro che troppo spesso si incespica su lodi continue sul babbo, la mamma e la sua forza di donna che ha fatto la resistenza. Sì Oriana, te ne siamo tutti grati, ma perché ripeterlo continuamente? Probabilmente, passare gli ultimi anni della propria vita da sola, in esilio a New York ha provocato proprio questo: un forte odio verso dei connazionali che la rinnegano e che la deridono e la voglia di rivendicare il proprio valore di essere umano. Ma La Rabbia e l'Orgoglio non è solo questo: c'è anche un odio forte e viscerale verso i musulmani: ora, credo che al momento stiano poco simpatici a tutti questi musulmani, ma è l'odio davvero l'unica arma per combattere l'odio?
A ben guardare però, non c'è solo merda in questo libro: qui la Fallaci ci fa aprire gli occhi su quanto siamo ipocriti e ingrati noi italiani verso il nostro paese e sulla fine barbina della nostra politica.
Consigliato? Nì. Sicuramente non ve lo consiglio se vi accingete a leggere per la prima volta la Fallaci: rischiate di farvi una cattiva idea di una bella mente. Se invece conoscete già il suo talento, ve lo consiglio, ma credo converrete con me: La Rabbia e L'Orgoglio rispecchia pienamente il proprio titolo: non un lucido saggio che analizza e offre una giusta soluzione ad un problema sociale, ma un'invettiva scritta da una donna alla fine della propria carriera, accecata dalla rabbia per le ingiustizie subite e per i dolori affrontati.
domenica 25 dicembre 2016
Movie #24 Xmas Edition: Parenti Serpenti
Come potete capire dal titolo, dimenticatevi babbo natale, cani incredibilmente carini che salveranno il natale o bambini che riescono a proteggere la casa da ladri deficienti: Parenti Serpenti è l'apoteosi grottesca del Natale italiano.
TRAMA
Riunitisi nella casa paterna per le vacanza di natale, 4 nuclei familiari che annoverano al loro interno una zoccola, una nevrotica e morti di f**a vari ed eventuali, daranno il peggio di loro, fino a dimostrarsi per quello che sono davvero: degli ipocriti senza un briciolo di decenza. A rendere il tutto più evidente, sarà la proposta dei loro genitori di poter andare a vivere con uno dei figli: la prospettiva di dover sopportare il peso dei due anziani infatti trasformerà i protagonisti in dei veri e propri mostri, A far da cornice al tutto, c'è la voce di Mauro, figlio di uno dei protagonisti, che dovrà scrivere un tema sulle proprie vacanze di Natale; tema la cui lettura chiuderà il film.
VOTO:
7/10
giovedì 22 dicembre 2016
Ok, esperimento fallito.
Ok, ve lo dico chiaramente. Non so cosa sto facendo. Perdonate il mio comportamento schizofrenico. Riprendo a pubblicare qui? Sì (per ora).
martedì 16 agosto 2016
Memorie d'una ragazza (magrolina) perbene
L'ultima moda del momento è parlare di body-shaming: complice il fatto che l'Italia è un paese per giornalisti (e non solo) incompetenti (vedi il caso delle tre arciere "cicciottelle"), parlare di come evitare il body-shaming è un must-have dell'estate 2016. L'unico problema è, forse, che ci si indigna di più se ad essere vittime del body-shaming sono le ragazze abbondanti. Come ci si comporta invece in caso contrario?
Io non sono sempre stata magra. Anzi, ero una di quelle bambine con la pancia che all'inizio del 2000 (per colpa di Britney e Christina), a discapito del buon gusto, indossavano le magliettine corte che lasciavano uscire quella pancia da birra poco carina. Poi la pubertà ha fatto il suo dovere e nel giro di pochi anni sono diventata quello che sono oggi, ovvero, "un manico di scopa". A me l'ultima definizione è sempre sembrata esagerata, avendo anch'io uno specchio, ma qui non si tratta di me, si tratta di come mi vede il mondo; e perciò ogni qualvolta varco l'uscio di casa e incontro un conoscente è un tripudio di infelici uscite come la gettonatissima "ma sei sempre più magra!", o "ma stai bene?" oppure l'infelicissima " una mia amica pensa tu sia anoressica!"*
So cosa molti (ma soprattutto, ahimé, molte) di voi stanno pensando: "poveretta, si lamenta perché è magra, povera stella!". No. Io mi lamento perchè la gente ha seriamente rotto i coglioni con le sue frasette insulse. L'anoressia è una cosa seria, non un pettegolezzo da quattro soldi. Anche se fossi stata anoressica ( e lo sono stata, anche se fortunatamente avevo già superato la fase più critica prima dell'infelice uscita), una battuta del genere non mi avrebbe aiutata a guarire, anzi, mi avrebbe solo umiliata.
E allora, se Clio Zammatteo, meglio conosciuta come Clio Makeup, ha ricevuto un incredibile supporto morale dagli utenti della rete per essere stata definita "una cicciona che trucca", allora lo meritano anche tutte le ragazze magre che vengono continuamente tempestate di domande che mettono in dubbio la loro buona salute.
Il body-shaming fa male a tutti, non solo alle cicciottelle.
*nessuna delle seguenti frasi è stata (purtroppo) inventata
Io non sono sempre stata magra. Anzi, ero una di quelle bambine con la pancia che all'inizio del 2000 (per colpa di Britney e Christina), a discapito del buon gusto, indossavano le magliettine corte che lasciavano uscire quella pancia da birra poco carina. Poi la pubertà ha fatto il suo dovere e nel giro di pochi anni sono diventata quello che sono oggi, ovvero, "un manico di scopa". A me l'ultima definizione è sempre sembrata esagerata, avendo anch'io uno specchio, ma qui non si tratta di me, si tratta di come mi vede il mondo; e perciò ogni qualvolta varco l'uscio di casa e incontro un conoscente è un tripudio di infelici uscite come la gettonatissima "ma sei sempre più magra!", o "ma stai bene?" oppure l'infelicissima " una mia amica pensa tu sia anoressica!"*
So cosa molti (ma soprattutto, ahimé, molte) di voi stanno pensando: "poveretta, si lamenta perché è magra, povera stella!". No. Io mi lamento perchè la gente ha seriamente rotto i coglioni con le sue frasette insulse. L'anoressia è una cosa seria, non un pettegolezzo da quattro soldi. Anche se fossi stata anoressica ( e lo sono stata, anche se fortunatamente avevo già superato la fase più critica prima dell'infelice uscita), una battuta del genere non mi avrebbe aiutata a guarire, anzi, mi avrebbe solo umiliata.
E allora, se Clio Zammatteo, meglio conosciuta come Clio Makeup, ha ricevuto un incredibile supporto morale dagli utenti della rete per essere stata definita "una cicciona che trucca", allora lo meritano anche tutte le ragazze magre che vengono continuamente tempestate di domande che mettono in dubbio la loro buona salute.
Il body-shaming fa male a tutti, non solo alle cicciottelle.
*nessuna delle seguenti frasi è stata (purtroppo) inventata
sabato 6 agosto 2016
Recensioni in pillole #1: Stranger Things
Netflix sforna serie su serie, successo su successo. Questo volta è il caso di Stranger Things. D'ispirazione fortemente kinghiana (passatemi il termine), i protagonisti sono 4 sveglissimi ragazzini (che ricordano parecchio i ragazzini di Stand by me) che si ritrovano a combattere con l'incarnazione del male appartenente ad un'altra dimensione. Uno di loro, Will, verrà rapito e trasportato nell'altra dimensione. Nessuno sembra capire che il caso abbia qualcosa di straordinario, eccetto per i ragazzini e per la madre di Will, interpretata da una stupenda Winona Ryder.
Un gioiellino anni '80 di solo 8 episodi che vanno guardati tutti ad un fiato, Stranger Things è la serie che non potete perdervi se amate Stephen King e l'horror degli anni '80, con un pizzico di teorie del complotto ed MKUltra. Assolutamente da non perdere.
venerdì 22 luglio 2016
La pazza gioia per la rinascita del cinema italiano.
Il 2016 sembra essere l’anno d’oro del cinema italiano. A
confermarlo bastano gli ottimi risultati ottenuti da Lo chiamavano Jeeg Robot di
Gabriele Mainetti e Non essere cattivo di Claudio Caligari: il primo
pluripremiato agli ultimi David di Donatello e campione d’incassi; il secondo
acclamatissimo dalla critica. Sulla stessa scia, sono però poi arrivati Veloce
come il vento per la regia di Matteo Rovere e solo ultimamente La
pazza gioia di Paolo Virzì, poco acclamato dalla critica e considerato
alquanto commerciale (e affatto d’autore, nonostante sia stato presentato a Cannes
e stia facendo incetta di candidature ai Nastri d’Argento). Sicuramente non un
film al pari delle già citate pellicole di Mainetti e Caligari, ma La
pazza gioia, seppur poco originale nella scelta dei temi trattati e a
volte poco rispettoso del corpo delle attrici (purtroppo trovo molto “italiano”
il dover per forza strumentalizzare e sessualizzare un corpo femminile),
continua ad alimentare le speranze per una vera e propria rinascita del cinema
nostrano, capace di regalare capolavori, ma anche tragicommedie decisamente pop,
senza cadere nel trash da cinepanettone.
La tematica scelta dal regista toscano risulta alquanto
ostica, seppur affatto originale: la follia. Lo spettatore si ritrova subito
catapultato a Villa Biondi, una struttura che si prende cura di donne con
problemi psichiatrici: niente pareti bianche da ospedale e infermieri molesti
stile Qualcuno volò sul nido del cuculo;
anzi, tutt’altro. Villa Biondi è più un’utopia
psichiatrica, in cui ognuna delle pazienti viene consolata e assecondata
nelle proprie manie, in un ambiente armonioso e quasi familiare. Qui, conosciamo subito una delle protagoniste,
Beatrice Morandini Valdirana,
un’aristocratica decaduta, impicciona e impossibile da far tacere. A cambiarle
la vita sarà la nuova arrivata, Donatella
Morelli, una giovane ragazza, tanto misteriosa quanto malinconica, che
scappa dalla realtà ascoltando costantemente Senza fine di Gino Paoli, vera colonna sonora del film.
Inizialmente, le due donne non sembrano andare molto d’accordo, data la loro
apparente diversità; ma in realtà, a legarle, non sarà solo la loro condizione,
ma l’incredibile voglia di trovare la felicità, che se per Beatrice consiste
negli abiti lussuosi e nelle cene in ristoranti costosissimi, per Donatella,
ragazza ben più semplice, consiste nel poter rivedere il suo bambino. La storia inizia con il mare:
soggetto più volte ripreso dai cineasti di tutto il mondo, che simboleggia, data
la sua vastità la fuga provocata dalla voglia di evasione dalle costrizioni
sociali. Non a caso, anche questo film ruota attorno al mare e al suo carico
simbolico. Una pellicola a tratti onirica, anche grazie ai colori sapientemente
saturati dal direttore della fotografia, Vladan Radovic, che strizza l’occhio
al Fellini a colori di Giulietta degli spiriti.
Niente di nuovo a livello stilistico insomma, in un film che prende spunto dal
grande cinema retrò.
Di primo acchito
si potrebbe dire che La pazza gioia sia un film che parla
di riscatto sociale, con una trama che strizza l’occhio anche agli ideali
femministi, con le nostre due Thelma e
Louise (egregiamente interpretate da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela
Ramazzotti), bistrattate da tutti gli uomini della loro vita, che trovano un
barlume di speranza nella loro folle amicizia. In realtà, vero protagonista
della pellicola è il sogno di essere finalmente libere. Forse più che di sogno,
sarebbe più appropriato parlare di delirio che sfuma solo dopo dolcemente verso
il sogno, fino a scontrarsi con la realtà, affatto crudele però. Sicuramente
non siamo di fronte ad un capolavoro, ma il dodicesimo lungometraggio di Virzì
merita di essere visto, senza pretese si intende: solo così ci possiamo godere
un film che sa emozionare. Non è forse questo quello che un film dovrebbe fare?
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mercoledì 20 aprile 2016
L'insostenibile pesantezza dell'essere (accollo)
Secondo Treccani, l'accòllo é:
1.
Parte di un carico che grava sul collo delle bestie o sul davanti di un veicolo a due ruote: questo cavallo ha troppo a.; mettere, dare l’a. a un barroccio, far gravare il carico sulla parte anteriore.
2.
In architettura, la parte di una costruzione che sporge in fuori, che aggetta cioè dalla linea del muro, sostenuta da mensole o altro.
3.
a. In diritto, assunzione volontaria di un impegno o di un onere: a. di un debito, di una spesa; a. di un’obbligazione, convenzione tra un debitore e un terzo, per la quale quest’ultimo assume il debito del primo.
b. Appalto di un lavoro: prendere, dare, avere un lavoro in accollo.
4.
In marina, la faccia prodiera delle vele quadre. Prendere accollo: condizione in cui viene a trovarsi un veliero quando, per apposita manovra, o per un salto di vento, o per disattenzione del timoniere, il vento investe la faccia anteriore delle vele quadre provocando il rallentamento, l’arresto e poi il moto retrogrado o l’abbattuta del veliero.
Per qualunque romano (e per molti non-romani adottati dalla città eterna), accòllo è probabilmente uno dei vostri peggiori incubi, soprattutto se è un accollo abituale e non occasionale. L'accollo vi si appiccica addosso peggio di un chewing-gum fra i capelli. L'accollo è colui che nonostante i vostri no, continua a proporre uscite. L'accollo è colui che prova in tutti modi di instaurare un contatto fisico con voi, nonostante voi vi rifiutiate addirittura di dargli una pacca sulla spalla. L'accollo è quello che vi chiama perché ha voglia di sentire la vostra voce anche quando siete a chilometri di distanza (a farvi gli affari vostri. L'accollo è lo Spongebob di ogni Signorina Puff. E sapete qual è la cosa bella? Che a sentirsi stronzo è sempre l'accollato, perché caratteristica principale dell'accollo è lo sguardo triste e i modi da persona a cui è stato spezzato il cuore.
ACCOLLI DI TUTTI IL MONDO! Abbiate un po' di rispetto per voi stessi e smettetela di inseguire persone che non vi capiscono/apprezzano/boh, avranno altro a cui pensare.
ACCOLLATI! A voi vanno i miei più sinceri incoraggiamenti a non smettere di lottare per la vostra libertà e l'invito a troncare ogni rapporto che potrebbe diventare stalking.
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