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giovedì 15 gennaio 2015

Il caso #JesuisCharlie

Il 7 gennaio, degli uomini armati hanno fatto strage di giornalisti e disegnatori nel pieno centro di Parigi. Il web (e forse, anche il mondo) si indigna, e scoppia il caso #JesuisCharlie. Io vengo a conoscenza della notizia il giorno dopo e anch'io, indignata, corro a pubblicare sulla mia bacheca di Facebook il tanto famoso e contestato " Je suis Charlie". 3 parole, migliaia di interpretazioni: ecco, se a qualcuno importa, voglio dire la mia.
Per me, i disegnatori dello Charlie Hebdo erano dei cazzari, irrispettosi del credo altrui e volgari. Se la penso così, perché allora dico di essere Charlie? Beh, perché secondo me, non si può morire di satira, per quanto irrispettosa essa sia. Solo per questo sono Charlie; perché anche se Charlie era un perfetto idiota, non doveva morire. Però, vi prego, adesso state esagerando col pippone della libertà di espressione a tutti i costi: adesso, siccome siamo tutti Charlie, non possiamo MINIMAMENTE permetterci di criticare la satira irrispettosa e fuori luogo, dobbiamo sopprimere la nostra capacità di giudizio perché "eh, siccome dici di essere Charlie allora devi..." Sapete cosa? Avete rotto davvero i coglioni. Je suis Charlie perché essere degli ignoranti irrispettosi non implica l'essere uccisi come dei cani rognosi, ma se per lottare per la libertà di espressione di Charlie devo limitare la mia, beh, allora, fanculo Charlie, #JesuisCaterina.